Pochi si rendono conto del fatto che non solo moltissime forme culturali, ma anche i fondamenti stessi del nostro modo di pensare quotidiano, per quanto evolutisi nel tempo, hanno mantenuto inalterata fino ad oggi la loro struttura di base, relativa alle particolarissime condizioni in cui, in tempi remotissimi, si sono formati.

            Tra tali condizioni, penso soprattutto alle esperienze rituali, che, già presenti in moltissime specie animali, sono state alla base delle prime manifestazioni culturali dell’umanità e lo sono tuttora, senza che noi ce ne rendiamo conto. Forme espressive, strutture di pensiero, visioni del mondo, valori, paradigmi cognitivi hanno preso vita in quel particolare ambiente e si sono perpetuate uguali a se stesse nel corso di decine di migliaia di anni, senza essere più riconosciute nella loro natura originaria.

            L’esplorazione di una realtà così profonda e primordiale è necessaria, ma difficile, perché non rientra nell’orizzonte conoscitivo di una singola disciplina e richiede la convergenza integrata di approcci molto diversi (antropologico – culturali, paletnologici, storici, ma anche neuro-biologici, neuropsicologici e psichiatrici), convergenza e integrazione senza la quale vengono a mancare le chiavi di lettura dei passaggi fondamentali.

            Per parafrasare quello che diceva George Clemenceau circa la guerra e i militari, si potrebbe affermare che “il Rito è una cosa troppo seria per lasciarlo agli Antropologi!”, e che il coinvolgimento di un Neuropsichiatra come il sottoscritto non è né accidentale né arbitrario.

Il “Primo Rito”

Dobbiamo cercare di immaginare come può essere nato il primo Rito, quello “originario” che io ritengo il punto focale, il “big bang” iniziale della Proto – cultura e poi della Cultura.

            Fu una realtà (unica o multipla?) che si può far risalire al Paleolitico Medio e forse prima, formatasi “casualmente”, quando gli uomini (o addirittura gli ominidi o forse, prima ancora, gli animali) si accorsero che, quando si immergevano in un set isolato dalla realtà quotidiana, in cui veniva raccontato (cioè rappresentato / mimato) qualcosa, avvenivano dei cambiamenti nel loro modo di sentire. Tale set, per quanto possiamo ricostruire, prima era semplicemente un luogo evocativo (una radura, una roccia, una sorgente…), poi uno spazio vuoto convenzionale creato estemporaneamente, poi un cerchio di pietre permanente, infine un luogo stabilmente consacrato, fino al tempio…

            In questi contesti spazio – temporalmente circoscritti si sviluppavano forme di “narrazione multimediale” di eventi significativi o memorabili (e comunque divenuti tali), con strumenti tratti dalla corporeità, cioè movimenti ritmici, mimèsi, suoni, oggetti, gesti…  Tale narrazione corporea e non-verbale (evidentemente alternativa ad una verbale che vigeva fuori di quel contesto) aveva un forte potere di coinvolgimento, che cresceva tanto più quanto più gli astanti erano immersi nell’evento ed entravano nei “panni” (cioè nella pelle) dei personaggi, soprattutto quando venivano aggiunti elementi realistici o addirittura violenti, fino alla reale uccisione di qualcuno…

            Gran parte di ciò che prendeva corpo in tale spazio tendeva a persistere e a riprodursi con modalità sempre uguali, anzi, come si osservò, veniva rinforzato e consolidato proprio dalla ripetizione in quanto tale e dall’immersione nel campo rituale, che anch’esso, col passare del tempo, diventava sempre più definito e concreto.

            E’ difficile dire quale di questi elementi sia stato e sia quello più importante nel determinare la messa in moto del Rito: se la delimitazione, tramite il set rituale, di uno spazio altro, avulso dalla quotidianità, se la semplice ripetizione sempre uguale a se stessa, se la narrazione attraverso la mimèsi, se l’immedesimazione nei personaggi…; sappiamo che ciascuno di questi fattori ha il potere di attivare dei fenomeni di tipo “regressivo” simili all’ipnosi. Per esempio una leggera o profonda perdita di contatto con la realtà circostante, vissuti di attenuazione del senso di identità personale e forte identificazione col gruppo, sentimenti di potenza, emozioni forti e inconsuete, fino alla percezione di presenze estranee e misteriose, maggiore o minore sensazione di poter accedere al passato e al futuro (e quindi vaticinare) e all’ignoto, e molte altre sensazioni ancora, che cessano con la chiusura dell’evento rituale…

            A tale chiusura, tuttavia, si osservò che alcuni effetti diventavano persistenti: il gruppo tribale si sentiva purificato, acquisiva un più forte sentimento di identità e di appartenenza, come se fosse legittimato ad essere quello che era, più sicuro di sé, più determinato; ma non solo. Se il rito era incentrato su funzioni o individui particolari, succedeva che, per esempio, alcuni malati guarissero, i cacciatori si sentissero più capaci di trovare prede, i capi e i sacerdoti (variamente intercambiabili) percepissero come rinforzato e sancito dall’alto il proprio ruolo.

La struttura del Rito

Mi sembra chiaro che il Neurologo – Neuropsicologo debba essere coinvolto, per cercare di cogliere soprattutto l’aspetto strutturale, prima che dei contenuti, del contenitore stesso, cioè del set rituale e dei fenomeni che si sviluppano al suo interno.

            Il Rito ha a che fare con alterazioni della stato di coscienza, talvolta profonde, come nella trance, più spesso leggere, come nell’ipnosi, ma sempre tali da modificare in maniera consistente la struttura e i significati dei contenuti, dato che si attivano stili di pensiero di tipo, come si dice, “oniroide“, simili al sogno, funzionanti con modalità del tutto differenti rispetto al pensiero vigente nella veglia.

            Nella mente esistono più forme di elaborazione delle informazioni, alcune più arcaiche, altre più recenti, che normalmente vengono integrate in un pensiero complesso e unitario

Nello sviluppo del cervello, soprattutto nelle fasi più recenti e complesse, la Natura si è sempre trovata a dover fare i conti (anche) col problema di decidere tra due strade: mantenere in essere forme antiche di elaborazione delle informazioni, collaudate e funzionali nel loro ambito e comunque ormai indispensabili, ma incapaci di evolversi e inadeguate a sviluppare nuovi rapporti con l’esterno e quindi rischiose per la sopravvivenza degli individui e delle specie. Oppure sviluppare forme nuove di integrazione, più lontane dalla concretezza della percezione, smaterializzate, astratte e quindi snelle, agili, meno ricche d’informazione complessa, ma più capaci di adattamento e di trasformazione. Però anche più fragili e meno capaci di garantire l’unità e l’integrità del sistema vivente.

Ha dovuto scegliere ovviamente la seconda strada, ma, invece di ripensare continuamente il “progetto cervello” nella sua interezza, ha lasciato evolvere le nuove forme di funzionamento senza sostituirle alle precedenti, bensì aggiungendole, sovrapponendole progressivamente, a strati concentrici come in una cipolla, trovandosi così di fronte al problema dell’integrazione di diverse e opposte modalità di elaborazione delle informazioni.

          Un processo analogo a quello avvenuto in molti altri campi della Biologia. Anche le singole cellule, per esempio, continuano a mantenere al proprio interno, senza assimilarli mai del tutto, i mitocondri, “corpi estranei” discendenti da antichissimi parassiti, tuttora capaci di produrre energia in modo particolarmente efficiente e pertanto utili al loro ospite, che in cambio li protegge dall’ambiente esterno, per loro inospitale.

La gestione di tale pluralismo che poi si riconduce a un dualismo (tra le forme arcaico/”analogiche” e forme più recenti/”digitali”) e la loro integrazione in un pensiero complesso è forse il compito più impegnativo della mente, una gestione che è da sempre parziale e imperfetta, perché colmare integralmente il divario che le separa richiederebbe strumenti di complessità e dimensioni praticamente infinite.

            L’insufficiente soluzione dei problemi connessi fa sì che persista da sempre una discontinuità profonda, coperta in superficie, ma non colmata, che mi piace paragonare alla faglia di Sant’Andrea in California.

            Infatti i collegamenti nei due sensi, anatomici e funzionali, come dicevo, sono parziali e tutt’altro che perfetti.

            Essi dovrebbero permettere processi di continua fusione/integrazione/accostamento tra le due forme di pensiero a formare un pensiero complesso, contemporaneamente proprio e condivisibile con gli altri, attento alla propria identità profonda e inserito nell’ambiente, custode della storia dell’individuo e mutevole, sincronico e diacronico, ecc.. Operazioni di immensa complessità e molto dispendiose, come ben sanno gli esperti di informatica.

            Nonostante lo sviluppo, nel corso del processo di ominazione, di strutture cerebrali sempre più elaborate (che peraltro devono a loro volta essere assistite da strutture e funzioni sempre più complesse), si è rivelato pressoché impossibile collegare in modo completo la parte più arcaica del cervello (quella che più o meno scherzosamente viene chiamata “il rettile che è in noi”) al resto del cervello e al mondo esterno, essendo estremamente antieconomico, anzi impossibile, implementare oltre certi limiti circuiti e sinapsi e quindi l’espansione il cervello senza mettere a rischio la sopravvivenza dell’individuo.

            La Natura, non essendo ancora riuscita a risolvere questo problema; ha dovuto escogitare dei compromessi, per cui è inevitabile che la parte più antica del cervello venga, sì, tenuta in contatto con l’ambiente esterno, ma sempre in maniera insufficiente.

            Tanto che è proprio in questo locus minoris resistentiae che prendono corpo e si esprimono clinicamente i fattori patogeni che provocano la malattia mentale, che può essere vista proprio come una vistosa scollatura tra diverse caratteristiche di pensiero e conseguenti forme di gestione nell’ambiente, interno ed esterno.

Rito e sogno

Ed è in questa area mal definita che prende vita l’attività onirica.

            Durante il sonno la necessità di integrazione è ridotta al minimo, perché le strutture cerebrali più recenti (quelle che per la loro natura “digitale”/discontinua hanno più bisogno di riposare) sono, appunto, dormienti, e l’unico pensiero vigente è quello gestito prevalentemente dalle strutture più arcaiche che, al contrario delle altre, funzionano in maniera “analogica”/continua, quindi anche di notte.

            Si crea in tal modo un sovvertimento del pensiero ordinario, che fa emergere e diventare prevalente un altro tipo di pensiero, che normalmente è presente, ma non è osservabile allo stato puro, simile in qualche modo a un cielo stellato, che non si vede se non dopo il tramonto del sole o durante un’eclissi totale.

            Ma tale tipo di pensiero, il pensiero del sogno, ha le sue leggi: designazione dei contenuti fatta per affinità figurativa (quindi attraverso la mimèsi) o per contiguità situazionale o storica, debole gestione dei limiti e delle negazioni, tendenza alla globalità e all’omologazione dei contenuti, cattiva rappresentazione di un’individualità definita, nonostante una sostanziale centratura del soggetto su se stesso, attenuata o assente percezione del tempo (che diventa così di tipo a-cronico/sincronico), scarsa attitudine a integrare informazioni nuove e diverse se non per assimilazione, spesso confusiva, e scarsa permeabilità al mondo esterno e in definitiva tendenza a persistere senza limiti e ad autoperpetuarsi senza trasformazioni.

            Non è difficile ipotizzare che il Rito, come l’ipnosi, abbiano preso le mosse dall’attività onirica, rappresentandone una sorta di prolungamento artificiale.

            La situazione rituale può essere definita come una specie di sogno ad occhi aperti, che viene attivata a comando, attraverso procedure che, come il sonno, sospendano o riducano le richieste di collegamento con la realtà esterna e quindi si inseriscano, accentuandola, nella discontinuità sempre presente.

            Le procedure di attivazione possono consistere anche in interventi agenti per via ematochimica, come il canto prolungato (precursore del canto gregoriano, che induce un innalzamento nel pH del sangue da maggiore eliminazione di CO2), o anche, molto spesso, nella somministrazione di sostanze fermentate (precursori della birra e del vino) o droghe, di cui gli Antenati, come gli attuali indios, sapevano fare un uso molto sapiente. Ancora in epoca storica, per esempio nei Riti Eleusini, veniva regolarmente usato il famoso kikeon, una pozione che includeva il principio tratto da una pianta simile alla Segale Cornuta, endemica dell’Attica.

            Il contributo del Neurologo/Neuropsicologo a questa fase della ricerca consiste nel confermare che tra il pensiero vigente nella quotidianità e il pensiero vigente nel rito (come nel sogno, nell’ipnosi e in molte altre condizioni tra cui la psicoterapia) esiste una discontinuità qualitativa, una profonda differenza che ha una base neurobiologica.

            Ciò significa che nel rito, come nel sogno, personaggi, gesti, espressioni mimiche o singole parole, oggetti perdono il loro significato proprio e diventano porzioni interconnesse di una globalità figurativa, cioè di una narrazione più ampia, come di un affresco, in cui assumono un valore diverso e rimandano a significati altri, come succede per esempio nelle figure retoriche (metafora, sineddoche, metonimia, ecc.) di cui infatti costituiscono la base.

I contenuti del Rito  

Stante questa precarietà semantica, cercare di capire quali sono i contenuti del Rito, quale il significato delle tematiche, delle vicende narrate, delle azioni proposte dall’attività rituale diventa una vera sfida.

            Studiando le figure rituali che i diligentissimi Antropologi descrivono minuziosamente, ci imbattiamo in una selva intricatissima di forme espressive e di contenuti quanto mai disparati, tra cui non si individua mai un filo “logico”, una comprensibilità. D’altronde, anche nel parlare comune, la parola “rituale” è sinonimo di qualcosa a cui si riconosce una ragion d’essere, ma di cui non si capisce il senso.

            Per esempio: perché mai l’uccisione rituale di un animale (o di un bambino o di un uomo) mette in contatto col mondo degli spiriti, degli antenati o degli dèi, ne ottiene il perdono e la grazia o permette di profetizzare? Neanche Greci e Romani, pur facendo sacrifici cruenti in tutte le circostanze importanti pubbliche e private, lo sapevano più.  

            In realtà un razionale c’è, ma va cercato per altre strade, alquanto impervie, in cui peraltro risiede il fascino di questa ricerca.

            Con una battuta, che rispecchia però una lunghissima riflessione, mi sento di dire che il “contenuto” del Rito è la rappresentazione iconizzata della sua struttura stessa, cioè è la mise en espace del confronto tra due realtà, cioè tra due tipi di pensiero, uno rappresentativo del “dentro” non verbale (un bambino, cioè un in-fante, un adolescente, un animale, uno schiavo, oppure una parte intima di sé, della propria vita, del proprio corpo, dei propri beni), e uno rappresentativo del “fuori” (qualcosa di duro, impersonale, potenzialmente distruttivo), confronto che assume la valenza di un cimento.

            Il canovaccio è quasi sempre lo stesso: il mondo non-verbale (o in-fantile, o “analogico”) è evocato nell’ambiente regressivante del rito, messo in primo piano, onorato, “reso re”, cioè protagonista, per un giorno o per un’ora e poi rimesso al suo posto o talvolta addirittura ucciso.

            Qualche esempio?

            Anzitutto il sacrificio classico: l’agnello che si confronta con la scure, un innocente esposto a un grave rischio. La scure che calava sull’agnello, senza necessariamente ucciderlo, richiamava Dio o per alcuni… diventava Dio…

Nella Bibbia Abramo sacrifica Isacco per dimostrare la sua fedeltà a Dio, ma la scure che si abbatte sul ragazzo viene trattenuta dagli angeli, che lo salvano…

          Ifigenia in Aulide viene sacrificata dal padre Agamennone per propiziare la partenza della flotta achea per Troia… La ragazza però, quando già il coltello sacrificale sta svolgendo la sua funzione, viene rapita da Artemide e sostituita con una cerbiatta.

            Nei riti iniziatici l'”agnello” era il giovane iniziando, cacciatore o guerriero, destinato a subire prove molto dure, dolorose e addirittura rischiose per la vita. Da qui deriva, suppongo, l’usanza ancestrale di maltrattare o percuotere gli allievi con una pesante bacchetta, perdurata fino a pochi decenni fa (io ne sono testimone oculare!).

            Nei riti di guarigione (nei santuari di Esculapio) era il paziente che doveva subire privazioni e rischi: la fossa dei serpenti, l’incubatio in un sotterraneo senza luce, restrizioni, digiuni, ecc.

            Nei riti di insediamento di re e sacerdoti, tutta la tribù insultava, umiliava e magari anche picchiava il futuro capo (cosa di cui è rimasta traccia nel medioevo francese e inglese, quando il re doveva strisciare sulla pancia, nudo sul pavimento della cattedrale… e poi faceva miracoli, guarendo gli scrofulosi!).

            Nei riti di guerra (precursori della guerra combattuta) due contendenti duellavano (al primo o all’ultimo sangue) e la vittoria dell’uno o dell’altro era comunque un “giudizio di Dio”.

            Anche nei riti sportivi (precursori di tutti i nostri sport e di qualunque altra competizione interpersonale) c’era per definizione un vincente e un perdente. Presso i Romani delle origini c’era addirittura uno scontro tra fazioni (precursori delle nostre squadre di calcio), rappresentative di dimensioni antropologiche, che erano la “terra” (cioè le origini, la “Madre”…), la “guerra” (la rottura, la contrapposizione…) e la “regalità-religione” (che regolava e teneva in contatto reciproco le altre due), verdi, rossi e bianchi. All’inizio anche i gladiatori erano i rappresentanti di dimensioni antropologiche (per esempio il reziario con rete e tridente e il secutor con la spada rappresentavano appunto, rispettivamente, un elemento acquatico, “femminile-interno” e uno fallico, “maschile-esterno”). La provenienza era probabilmente etrusca e i Romani non ne capivano più l’essenza, pur facendo sempre il tifo per il secutor (tanto che il reziario, se vinceva, rischiava la pelle da parte del pubblico!). 

            Le due fazioni circensi del mondo bizantino (azzurri e verdi) assumevano addirittura esplicitamente una connotazione teologico – politico – sociale (azzurri/monofisiti/classi alte – verdi/difisiti/classi basse), per cui il cavallo che vinceva era l’affermazione di Cristo inteso come Dio e Uomo (posizione dualistica) oppure come solo Dio (posizione monistica), cosa che aveva grosse implicazioni politiche.  

            Nelle corride la lotta era ed è tra il toro e il cavallo (insieme all’uomo), essendo il primo un elemento “femminile” e il secondo un elemento “maschile” (per quale motivo io non l’ho ancora capito: forse perché è più mobile?). E’ molto verosimile quanto dice il paleoantropologo Leroi Gourhan, che queste danze/lotte tra i due animali fossero già rappresentate nelle pitture parietali delle grotte di Lascaux. Tant’è vero che l’area di persistenza attuale delle corride e quelle di massima diffusione di questo tipo di pitture parietali (intorno ai Pirenei e al Golfo di Biscaglia) sono pressoché sovrapposte.                     Nell’iconografia tradizionale del Natale, inoltre, il Divino Bambino nasce in una grotta, tra un asino e un bue…, oltre che tra un uomo e una donna).

L’osservazione naturalistica

Il dualismo strutturale del Rito veniva messo in relazione con diversi altri dualismi che i Progenitori osservavano con molta pazienza e molta attenzione (l’alternanza della stagioni, il giorno e la notte, la vita e la morte, il solstizio d’estate che va verso il buio e il solstizio d’inverno che va verso la luce, la diversità e la congiunzione dei sessi, ecc.), lavorìo che dovette – a mio avviso – tenere impegnati molto a fondo i “pensatori” dell’epoca (parlo di un periodo che cominciò all’incirca centomila anni fa, nel Paleolitico Medio e poi Superiore). Essi cercavano dei nessi, aspiravano a una visione unitaria della realtà, ma si scontravano sempre con modelli ostinatamente duplici, che risultava difficile unificare.

            Il dualismo del Rito, pertanto, veniva collegato alle altre dualità osservate ed era comunque considerato della stessa natura, regolato dalle stesse leggi. Tutte le polarità postulavano qualcosa di Soprannaturale, di Arcano (forse un Divino, anche se non sappiamo come all’inizio mentalizzassero e definissero questa Entità), capace al tempo stesso di separarle e tenerle assieme, qualcosa comunque che diventava attivo, si manifestava, e si rendeva in qualche modo “tangibile” proprio nel conflitto/trapasso/inversione da una polarità all’altra, creato dal rito.

            In natura questo si verifica soprattutto nei solstizi.

Particolare valenza sacrale era insita nel momento di inversione del corso del sole e questo spiega l’importanza attribuita alle cerimonie collegate a queste date, che persistono ancora vive ai giorni nostri.

          Alcune di queste erano, per esempio, i Saturnalia dei Romani, e sono ancora oggi, il Natale cristiano e il Carnevale.

          Ma qual è il denominatore comune tra manifestazioni così disparate?

          Per me, il filo conduttore è questo: gli schiavi di casa (chiamati dai Romani pueri, cioè “ragazzi”, esseri provvisti di una debole soggettività autonoma) nei Saturnalia diventano per un breve periodo padroni (serviti a tavola, riveriti, ecc.); nel Natale il Bambino Gesù viene adorato dai Re Magi e chiamato Re; nel Carnevale la ribalta della scena viene presa dal mondo del “dentro”  (anarchico, analogico-mimetico, esprimentesi attraverso l’uso di maschere e travestimenti, non verbale, cioè in-fantile): la libertà di espressione e la tipica trasgressività diventano per qualche giorno legge e mettono in secondo piano il pensiero adulto e realistico.

E’ pressoché certo che gli Antenati avessero messo assieme tutte queste osservazioni e riflessioni sul “due” e sull'”uno” e fossero arrivati a delle conclusioni abbastanza stabili e strutturate, che hanno lasciato tracce forti e durature, sebbene spesso per vie occulte e misteriche, non facili da acquisire e da leggere.

            In quest’ottica, quindi, il confronto provocato tra due polarità, cioè la riattualizzazione/drammatizzazione di una lotta mitica tra due “esponenti” delle due “fazioni”, quella dello Yin/Dentro e quella dello Yang/Fuori, aveva il senso di indurre o addirittura costringere la Divinità a presentificarsi.

            E’ molto probabile che in origine queste competizioni rituali, all’inizio, non avessero un vincitore predestinato e un vinto, ma dessero solo luogo a un confronto provvisto di una forte alea, e che ciò già sustanziasse il Rito.

Perché il Rito produce degli effetti duraturi?

Perché il far emergere e mettere in primo piano i vissuti profondi ha un potenziale trasformativo? e perché tale inversione figura – sfondo, comunque ottenuta, produce degli effetti durevoli, come rafforzamento identitario, guarigione dalle malattie, ecc.?

            Si può legittimamente ipotizzare che lo psichismo più arcaico e profondo, cronicamente sofferente, venga ristorato e rafforzato dal fatto di trovare nel cimento rituale, delle forme di espressione e di contatto con l’esterno più efficaci e persistenti.

            Il tutto attraverso un paradigma affine a quello della Psicoterapia, che coniuga momenti di “regressione riparativa” delle lacerazioni dovute al contatto problematico con la realtà esterna, e momenti di confronto con essa parziale e pilotato dal terapeuta, cui conseguono equilibri più funzionali e maggiore benessere per la persona.

La chiusura del Rito

Ma presto si capì che chiudere il Rito, cioè ripristinare la situazione quo antea, dopo aver evocato e contrapposto forze cosmiche reciprocamente incompatibili, non era un compito semplice: il Rito tendeva a restare aperto, cioè a rendere permanente l’equivalenza e l’equilibrio tra “dentro” e “fuori”, col risultato di inquinare, per così dire, la realtà quotidiana.

            Bisognava a tutti i costi chiudere il Rito.

            Ma come?

            Non sappiamo come siano andate le cose nei primordi e poi nelle culture perdenti, della Preistoria e poi della Storia.

            Sappiamo cosa è successo in quelle che storicamente hanno preso il sopravvento, cioè le più aggressive: il Rito veniva considerato chiuso quando avveniva qualcosa di cruento, meglio se la vittima designata moriva. Non doveva esserci alea! E’ così che si arrivò a fare mattanze programmate di buoi e agnelli (e uomini, come al massimo grado nelle civiltà precolombiane) e ad identificare con queste il Rito, trasformato così in un sacrificium, gradito agli dèi e propiziatore di risultati positivi in quello che si progettava di intraprendere.

            Dato che la ricerca dell’equilibrio e l’incontrollabilità comportavano un’incertezza intollerabile, si cominciò a far prevalere uno dei due contendenti (la scure), facendo cessare il tutto. Tant’è vero che fino ai giorni nostri è sopravvissuta l’espressione “tagliare la testa al toro” per dire far cessare d’autorità una situazione di indefinitezza che tenderebbe a protrarsi in maniera fastidiosa o pericolosa.

            In conclusione si può dire che il Rito rappresenta l’emersione provocata e la transitoria affermazione del mondo interno (intimo, non verbale, ecc.), destinato a confrontarsi direttamente col mondo esterno, per esserne messo a repentaglio e cercare di sopravvivere; in tal modo viene ripristinato un equilibrio, si rimette in moto una dialettica, dall’esito programmaticamente imprevedibile, che assume una valenza “divina”, può cambiare le cose e anche fare i “miracoli” (purificare, guarire, ecc.). Col trascorrere del tempo l’imprevedibilità e l’esigenza di equilibrio hanno ceduto il passo alla scelta di ridimensionare severamente il mondo interno, respingendolo energicamente nelle profondità in cui da sempre era costretto a vivere; per contro il Divino è sceso di livello e ha assunto sempre di più le sembianze di un Padre intransigente, geloso e anche violento.

Il “Big Bang” del Rito

Ma neanche l’uccisione dell’agnello chiudeva il Rito.

            Anzi una modalità di intervento violento e grossolano, diventata prevalente, ha creato le premesse per un fenomeno che io chiamo il “Big Bang” del Rito. E’ come se tutti i frammenti del Rito primordiale si fossero dispersi spazio – temporalmente, trovando ciascuno una loro forma autonoma, procedendo poi secondo leggi proprie e perdendo progressivamente i rapporti reciproci, la loro unitarietà e il loro intrinseco valore sacrale.

            Riti parziali che alla fine sono diventati dei non-riti.

            Da questo Big Bang e dalla progressiva frammentazione e concretizzazione dei contenuti sono nate praticamente tutte le forme che costituiscono la nostra Cultura: la Religione (e la costruzione dell’Aldilà), l’Arte (Teatro, Musica, Danza, Arti Figurative), la Medicina (in tutti i suoi aspetti diagnostici e terapeutici), la riflessione filosofica (Cosmologia) e l’insegnamento (inteso come trasmissione sapienziale e iniziatica), l’esercizio della Giustizia, l’Autorità (a partire dalla Regalità sacerdotale/sacrale), l’Architettura (le prime costruzioni in pietra erano templi, precedenti all’invenzione dell’agricoltura e del villaggio), la Guerra (come estensione e concretizzazione dei giochi gladiatori), lo Sport e forse anche la Caccia stessa e l’Agricoltura.

            Tutte forme che sono diventate autonome, ma hanno sempre conservato qualcosa dell’ambiente in cui sono state concepite, cioè il contesto rituale, con le sue caratteristiche strutturali, a partire da quella principale: la contrapposizione “sacro – profano” (cioè “dentro/fuori”, riferito al campo rituale), la quale, non elaborata, è il fondamento e il prototipo di tutte le polarizzazioni dicotomiche successive, come “buono/cattivo”, “giusto/sbagliato”, alla base del nostro modo di ragionare, ma anche di ogni forma di discriminazione e contrapposizione, fino alla guerra.  

            E, appunto per esprimerci tramite dicotomie ormai divenute inevitabili, tutto ciò è stato un bene o un male? Vedo due possibili risposte, una positiva e una negativa:

1) Ipotesi positiva: si tratta di un’evoluzione sana, che a partire da stimoli nati, sì, in un contesto rituale, ma poi corretti nel rapporto con la realtà esterna, arricchiti creativamente da elementi di altra natura, ha dato origine a tutto ciò che costituisce la nostra Cultura.

2) Ipotesi negativa: c’è il pesante sospetto che tali frammenti continuino a conservare le caratteristiche strutturali di un rito aperto e non-chiuso e, in quanto elementi “insaturi”, indirizzino tuttora l’evoluzione dell’Umanità nel senso di ampliare e radicalizzare la distanza tra polarità non composte e non componibili. La lotta tra dimensioni cosmologiche, che dovrebbe essere un “gioco” circoscritto all’interno un rito, si svolge invece “a cielo aperto”, nella realtà. La guerra dovrebbe la rappresentazione ludica di cosmodramma, mentre i nemici non esistono nella realtà, se noi stessi non li creiamo! Se fosse fondato questo sospetto, dovremmo concludere che noi oggi, col nostro orgoglioso razionalismo, ci troviamo ancora nel bel mezzo di un rito non-chiuso del Paleolitico, con tutte le caratteristiche su dette: irrazionalità, stato di coscienza alterato, percezione di presenze arcane, ecc., ma soprattutto alle prese con una contrapposizione innaturale di elementi creati solo per essere composti alla chiusura del Rito. Ma la chiusura, che non c’è stata a suo tempo, ormai non può più esserci! Non sarà per caso questo “vaso di Pandora”, aperto inopinatamente e non chiuso, la radice dei nostri comportamenti incomprensibili e inconsulti, come una competizione esasperata e improduttiva e un’aggressività reciproca inutile, come il mancato rispetto degli equilibri della Natura, fare guerre che non servono a niente e a nessuno, costruire un’economia sbilanciata incapace di utilizzare costruttivamente le energie e le risorse di tutti…? Non sarà per caso questo (più della mela di Eva) il “peccato originale”? 

            Quale delle due sarà l’ipotesi più verosimile?