Riflessione sulle reti psichiatriche

Giandomenico Montinari Blog: torno a scrivere dopo quasi 10 anni ...

Il rischio delle reti psichiatriche chiuse su sé stesse

Noto che sempre più spesso nel lavoro psichiatrico si parla di reti e si opera attraverso reti.

Il che è giusto ed è l’attuazione di quanto veniva auspicato già molto tempo fa, ma solo in piccola misura attuato.

Questa constatazione, che prende atto di una crescita effettiva, rende necessario riflettere sui punti critici della metodica, che nasconde delle insidie non irrilevanti.

Molti intendono la rete come una forma di collegamento più strutturato e affidabile tra vari curanti o tra curanti e famigliari e/o altri soggetti. Una forma di maggiore efficienza, di razionalizzazione delle energie, di ricerca di un progetto condiviso e di un linguaggio comune. Oppure – non dobbiamo escluderlo – una comprensibile forma di sostegno reciproco in un lavoro sempre ai limiti dell’impossibile.

Tutto indiscutibilmente giusto e praticamente utile.

Dove sono allora i pericoli?

Nel rischio che la rete sia incompleta e, per esempio, sia centrata non sul gruppo paziente – curanti – altre persone, ma sui soli curanti. Oppure che la rete non comprenda o non dia rappresentanza o possibilità di espressione a soggetti importanti del mondo del paziente o addirittura al paziente stesso.

Gli esempi non sono difficili da trovare.

Esempio 1) All’interno di una comunità si fa un’intensa riunione di équipe, in cui psicologo, OSS, psichiatra, educatore e tutti gli altri fanno un ricco brain storming e dicono praticamente tutto il dicibile sul paziente X. Si decide poi di includere la madre e forse, per qualche minuto, il paziente stesso. Altri famigliari importanti vengono esclusi, perché la madre è convinta che non desiderino essere coinvolti; il Servizio inviante (che magari non si fa vivo da mesi) non viene neanche informato, l’Amministratore di Sostegno e/o l’avvocato sono all’oscuro di tutto.

E’ una rete funzionale?

Esempio 2) Lo psichiatra di un Servizio, che conosce bene il paziente Y (attualmente in comunità), decide di fare una riunione con tutti quelli che si occupano di lui sul territorio: lo psicologo (interno o esterno al servizio) con cui faceva i colloqui periodici, l’infermiere del servizio che lo ha seguito a lungo in passato, l’educatore esterno che se ne occupava prima dell’inserimento in comunità, forse la madre e forse, per qualche minuto, il paziente stesso. La Comunità (come pure l’amministratore di sostegno, l’eventuale avvocato e altri famigliari importanti),  è del tutto all’oscuro della cosa o viene a saperla dal paziente.

Iniziativa lodevole. Ma è una rete?

Ovviamente no, in ambedue i casi.

Perché?

Perché il senso della rete (e anche la sua efficacia terapeutica) consiste nel permettere a tutti, ma soprattutto al paziente di percepire i legami tra parti del suo mondo che di solito non riesce a collegare, senza neanche immaginare di poterlo fare. Tale lavoro gli permette invece di recuperare una continuità interna/esterna che rinforza la sua identità e la percezione dei suoi confini. 

Sappiamo che la frammentazione dei vissuti e la conseguente perdita dei confini costituiscono il problema principale della psicosi e sono la causa prima del disorientamento e della confusione in cui vivono perennemente i pazienti.  

Collegare alcune parti escludendone altre parimenti importanti va nel senso della psicosi, perché, agli occhi del paziente, conferma e anzi ratifica l’impossibilità di collegare parti significative di sé, per esempio far convivere parti del proprio mondo interno più o meno perturbato con l’ambiente esterno.