Mi sento di poter dire che tutto quello che ho fatto professionalmente fa parte di una perenne e mai interrotta ricerca.
Ricerca che ha avuto (e ha) luogo soprattutto in campo psichiatrico, ma che si colloca in un ambito più allargato che chiamerei “bio-psico-antropologico”.
Tale allargamento non è mai stato inteso come un esercizio culturale gratuito, ma uno strumento potente per capire quello che succede nella clinica e per orientarsi in condizioni, come la gestione della psicosi grave, acuta a cronica, in cui la pressoché totale disgregazione del funzionamento mentale fa smarrire a tutti qualunque punto di riferimento.
Il recupero dell’orientamento nel mondo (da parte del paziente, ma anche… del curante) non sempre è automatico e spontaneo, ma spesso richiede uno spazio che lo consenta, frutto di uno specifico lavoro, paragonabile, se vogliamo, all’ingessatura di una frattura scomposta, dalla cui qualità dipende il processo auto-riparativo dell’osso fratturato.
La perdita più meno transitoria, da parte del paziente, di ogni coordinata esistenziale, deve trovare la sua “ingessatura” adeguata, che è fatta, sì, di contenimento e di protezione, ma non deve essere limitativa di futuri, sviluppi positivi, per loro natura imprevedibili e improgrammabili.
La terapia deve essere un “contenitore adattabile”, capace di creare nuovi spazi di crescita a mano a mano che diventano necessari. Si tratta di una contraddizione in termini, non lo nego, ma è proprio in questo che consiste l’aspetto più appassionante del nostro lavoro.
Ma affinché il “contenitore terapeutico” sia sufficientemente ampio e adeguatamente orientato, il curante deve sapersi muovere in un ambiente mentale primordiale, prelogico, pre-culturale, agli albori della coscienza e poco accessibile da parte della razionalità e delle linee – guida che ne derivano.
Quindi, almeno nella mia concezione, “allargare il campo” è una necessità clinica e non un divertissment intellettuale, che si avvantaggia del fatto di farsi molte domande sull’Uomo, sul Mondo, ecc., un impegno paragonabile a quello dei filosofi presocratici alle prese con la comprensione della Fysis (cioè la Natura, il Mondo). Come Anassimandro, come Talete o Eraclito e quasi tutti gli altri pensatori di quel periodo, che, proprio per questo motivo, da sempre mi appassionano.
In tale intendimento di allargare il campo, la mia riflessione e le opere che ne sono scaturite toccano molti ambiti (dalla ritualità primordiale all’Evoluzione, dal significato bio – antropologico della Sessualità ai grandi temi della Filosofia delle origini, fino alle vicende tutt’altro che assodate e lineari del processo di Ominazione e in seguito a quelle della formazione della Protocultura): tutto però sempre riconducibile e ricondotto alla clinica, cioè al miglioramento della vita dei pazienti e dei loro curanti e famigliari.
V. al riguardo la sezione “LAVORI E PUBBLICAZIONI” e, nella sezione “LIBRI”, “L’Agnello e la Scure” e “A letto con l”Evoluzione“.
Tale spirito di ricerca “allargata” è stato per me centrale fin dall’inizio, quando, negli anni Settanta fondai la rivista “AGGIORNAMENTI DI PSICOTERAPIA E PSICOLOGIA CLINICA”, basata sulla scelta commentata e sulla traduzione di articoli pubblicati da riviste di tutto il mondo. Un’operazione scientifico – culturale, molto apprezzata all’epoca, che aveva lo scopo di contribuire a “sprovincializzare” la Psichiatria italiana, ma anche quello di capire meglio le cose, giocando proprio sulle differenze tra le varie concezioni e culture terapeutiche. Rappresentava un muoversi in una dimensione interlinguistica e interculturale, a mio parere, molto fertile.
Vedi la sezione “RIVISTA”
Tuttavia il confronto diretto e crudo con la psicosi era un’altra cosa e nel 1973 decisi di cimentarmi in questo compito impossibile, creando il Centro di Socioterapia “DAILY”, prima centro diurno, poi comunità sulle 24 ore.
Non fu una cosa semplice. Per quanto avessi già, dalla Clinica Psichiatrica di Genova e dal percorso analitico personale, una buona dotazione tecnica, trascorsi alcuni anni veramente drammatici.
Era un’iniziativa pionieristica per i tempi, resa ancor difficile dalla pressoché totale assenza di paradigmi metodologici, di linee guida, di normative e di finanziamenti adeguati.
Dovetti, aiutato dai miei appassionati e preziosi collaboratori dell’epoca, “capire” e “sperimentare” praticamente tutto ciò che riguarda il rapporto intensivo con i pazienti psichiatrici gravi: un’esperienza ricchissima ma spesso disperante, da tutti i punti di vista, non ultimo quello finanziario.
Chi volesse conoscere meglio questa vicenda (al tempo stesso clinico – organizzativa e teorico – metodologica) rimando alla sezione “LIBRI” (“Il Buco nella rete”)
Dopo la chiusura del “DAILY”, nel 1981, dovuta, oltre che all’esaurimento personale e all’assenza di normative, a ragioni finanziarie, come dicevo, cioè alla mancanza di rette congrue (in tempi di inflazione e interessi bancari superiori al 20% annuo), mi sono dedicato ad affinare quello che tanto faticosamente avevo “imparato” nel decennio precedente e a lavorare da consulente e formatore per le numerose strutture che intanto stavano sorgendo, ironia delle sorte! proprio sul modello del “DAILY”.
Molte di queste realtà (o tutte?) erano in stato di sofferenza. Da qui è nato il libro “La malattia istituzionale dei gruppi di lavoro psichiatrici” (v. sezione “LIBRI”), che descrive, appunto, la patologia istituzionale delle strutture psichiatriche.
Altri libri di carattere di carattere clinico – istituzionale sono “Psicoterapia al limite“, su esperienze comunitarie di psicoterapia con pazienti insufficienti mentali gravi, “Psichiatria ad assetto variabile“, “Luoghi comuni e comunità“, v. sezione “LIBRI”
Negli anni più recenti mi sono dedicato, oltre che alla direzione tecnico – sanitaria di strutture comunitarie (tra cui “LA CONCHIGLIA” e “LA BRAIA”) , all’organizzazione di corsi ECM nell’ambito dell’Associazione SINERGIE e alla SCUOLA DI PSICOTERAPIA ISTITUZIONALE (da me fondata nel 2003 e autorizzata dal MIUR per medici e psicologi), di cui ho lasciato la direzione 2023.
In tale periodo ho cercato di approfondire sempre di più la metodologia del lavoro comunitario e dei suoi strumenti, dal senso delle varie attività terapeutico – riabilitative, alla struttura dei gruppi istituzionali, alla ricerca di criteri predittivi. V. sezione “LAVORI E PUBBLICAZIONI”
Tra i fattori predittivi ho voluto inserire anche l’attività onirica dei pazienti, quelli trattati in psicoterapia ambulatoriale, ma anche quelli di comunità, attraverso un lavoro che si muove tra neuroscienze, psicodiagnostica, psicoanalisi e antropologia. “La voce oltre il sogno” (V. sezione “LIBRI”) è la messa a punto e della formalizzazione di un metodo inedito che impiego da decenni per prevedere l’evoluzione a distanza dei trattamenti psicoterapeutici, attraverso la valutazione della qualità e della struttura del materiale onirico.
Le ricerche più recenti sono rivolte, oltre che all’interno del lavoro comunitario e del singolo paziente, all’esterno, o, meglio, ai confini (v. nella sezione “LIBRI” “Lavorare sui confini“), cioè all’esplorazione di tutte le possibilità di migliorare le situazioni cliniche incidendo sulla precaria qualità dei collegamenti tra tutte le realtà che costituiscono il mondo esterno delle persone (famiglie, curanti vari, ambienti di vita, amministratori di sostegno, amici, ecc.) e il loro mondo interiore, sconnesso e/o regolato da leggi peculiari (v. sezione “LIBRI”, “Pillole di Etologia Psichiatrica“)
In questa prospettiva, il “lavoro di rete” tra tutte persone incluse in questi processi, felicemente supportato da internet, diventa quanto mai importante, anzi centrale.