“Psicoterapia al limite” (2001) riporta le mie esperienze di psicoterapia con pazienti insufficienti mentali istituzionalizzati.

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Tutto si basa sul concetto che la psicoterapia non sia necessariamente un processo intellettuale, basato sulla presa di coscienza di realtà inconsapevoli, bensì l’esperienza di un modo di essere diverso, più in contatto con gli strati più profondi e sconosciuti della propria  personalità. Una momentanea e controllata “regressione” che avviene in chiunque sia messo in un setting psicoterapeutico, fatto di ascolto e di condivisione, ma anche di puntualizzazione dei fatti e dei vissuti.

Anche i gravi insufficienti mentali.

Nonostante le apparenti difficoltà teoriche di questa posizione, la sua attuazione pratica è relativamente facile ed estremamente feconda, in quanto costringe o permette ai curanti, anche non psicologi, di vedere i pazienti in un’ottica, per così dire, “tridimensionale”, molto più ricca, più complessa e radicalmente diversa dalla facciata stereotipata che essi di solito presentano e che gli operatori percepiscono e confermano. 

Tutto il resto, cioè il cambiamento in positivo di molti aspetti della vita dell’istituzione, viene di conseguenza e in tempi rapidi.