“Lavorare sui confini” (2017). Ha per oggetto gli sforzi che una Comunità, come ogni realtà terapeutica, deve fare per non sconnettere se stessa e i propri pazienti dal contesto e dal mondo esterno.

Il gruppo curante deve rappresentare non un punto di arrivo, né un mondo a se stante, ma deve svolgere la funzione di sostituto provvisorio (simile a una protesi) delle membrana dell’io, particolarmente e tipicamente carente nel paziente psichiatrico.
Ciò implica, oltre al lavoro sull’interiorità della persona, un imponente sforzo di rettifica e di facilitazione dei suoi rapporti (di solito perturbati) con l’ambiente del paziente (famiglia, amici, curanti esterni, altri professionisti, ecc.), perché il suo miglioramento clinico è funzione dell’equilibrio che si riesce a realizzare tra le varie “porzioni” della sua vita, notoriamente scollegate (da cui la definizione di “schizofrenia”).
Quindi recupero della storia delle propria vita, rafforzamento dell’identità, controllo degli stati d’animo anomali, recupero di funzioni adattate e adattanti, devono essere perseguiti contestualmente al miglioramento dei rapporti con persone significative e al contatto con ambienti estranei.
I vari interventi vanno attentamente bilanciati e devono rispondere a certe proporzioni come i fattori nutrienti di una pianta, la cui maggiore o minore crescita è regolata (in senso negativo) dall’esistenza o meno di un elemento più carente degli altri.
Cosa che si verifica spesso anche nel nostro campo e che ovviamente va evitata.
Il libro è ricco di esempi e di consigli pratici per cercare di fronteggiare alcuni degli inevitabili problemi che si presentano in tal senso.