“L’agnello e la scure” (1998) si muove in ambito antropologico – culturale, ma è intrinsecamente collegato all’esperienza clinica, in base alla constatazione che questa dialettica “padre” – “madre” o “dentro” – “fuori” è sempre centrale, e che la gestione dello scontro/incontro tra la realtà esterna e il mondo interiore di ciascuno è strutturale, non solo della Terapia, ma anche della crescita umana in generale.

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Il rito antico (come oggi la Psicoterapia e la Terapia Comunitaria, di cui sono lontane propaggini) è visto come la prima forma codificata di lavoro su tale dialettica.

Il rito col suo apparato recitativo – narrativo, fatto di travestimenti, danze, musiche e canti, con il suo setting e la sua struttura immutabile, è sostanzialmente il confronto/scontro tra espressioni non-verbali, “regressive”, come emozioni elementari, mito, sogno, narrazione, ecc. da una parte e realtà esterna, dall’altra. Tra il “bambino interno” e tutto quello che tenderebbe a soverchiarlo, cioè tra distanza del mondo (percepita come dura, aliena e distruttiva) e vicinanza o tenerezza (da cui il titolo del libro, in riferimento ai riti cruenti dell’antichità).

La riattualizzazione recitativo – rituale di tale dialettica, prescindendo dall’esito del confronto (per esempio nei riti di iniziazione o di passaggio, che sono crudeli e anche cruenti ma non programmaticamente mortali) apparve fin dall’inizio potente, perché cambiava le persone, ingenerava rassicurazione esistenziale, senso di appartenenza al gruppo e molte altre cose, tra cui il miglioramento delle performance per esempio venatorie o più tardi, guerriere.

Tale potere trasformativo è rimasto in tutte le manifestazioni umane che derivano dal “Protorito”: la religione, la medicina, le competizioni sportive (passando per i giochi gladiatori del tempo dei Romani), il teatro antico (tutte fisicamente accostate, ancora al tempo dei Greci, per esempio a Epidauro, Olimpia, Delfi, ecc.,), ma anche letteratura, arte, esercizio della regalità, giustizia, ricerca e insegnamento, filosofia, ecc. ecc. E probabilmente anche la caccia e la guerra delle origini.

Tutti i riti hanno una struttura recitativo/teatrale, e si basano sulla riattualizzazione di un mito o di un evento divenuto mitico, come l’Ultima Cena nella Messa cattolica o la Crocifissione nelle varie sacre rappresentazioni tradizionali) e hanno il loro momento più forte nella chiusura o comunque nell’irruzione della realtà (come l’inversione figura/sfondo che avviene nel “coup de théatre” o nel mangiare il pane consacrato dell’Eucarestia) o, appunto, nella minacciata (ma non necessariamente attuata) uccisione dell’agnello.

Tutte le forme della nostra cultura sono frammenti cristallizzati di un di tale ipotizzato rito originario, schegge isolate dal contesto e dotate ormai di vita propria, ma private dei collegamenti e del senso che avevano all’inizio.  

Anche i riti più recenti, fino a quelli moderni, religiosi e non, hanno finito per assumere delle finalità funzionali specifiche, di rafforzamento della coesione di un determinato gruppo, o di potenziamento di determinate abilità (come una volta avveniva, per esempio, con la propiziazione della caccia o della guerra, la guarigione, l’iniziazione dei giovani e la trasmissione del sapere ancestrale).

Nonostante il trascorrere dei millenni e l’evolversi (o l’involversi?) della Cultura, la logica e la struttura del rito sono sempre presenti e forti sia nella forma, sia nella dinamica di ciò che accade. Al massimo grado nel mondo della Terapia e nella Psicoterapia in particolare: l’analisi dell’inconscio in un determinato setting narrativo centrato sull’infanzia (quale è la seduta) è uno degli infiniti aspetti di ricreazione di un confronto “bambino interno/mondo esterno” che può essere trasformativo.

Ma il discorso vale per tutti gli altri ambiti su accennati, cioè praticamente per tutto.

E’ innegabile che oggi “trafiggere” e “sacrificare” il portiere della squadra avversaria abbia una forte valenza “catartica”!