“La voce oltre il sogno” (2020): come tutti gli altri miei libri ha un versante clinico e uno bio – antropologico.

Dal lato clinico mostra come il calarsi adeguatamente nel sogno di una persona (seguendo determinati criteri, non ovvi e non immediatamente intuitivi, che richiedono un apprendimento) e renderlo vivo ed attuale permetta di trarre indicazioni molto precise e cogenti non tanto sui suoi traumi infantili, quanto sulla sua gestione del presente e soprattutto del futuro.
Ciò fa dei sogni un affidabile strumento psicodiagnostico (paragonabile per certi aspetti a un Rorschach) e soprattutto predittivo sul futuro andamento della terapia in corso (psicoterapia o terapia comunitaria) o semplicemente… della vita del sognatore.
Viene presentato e descritto dettagliatamente un preciso metodo di analisi, esemplificato da 50 casi tratti dalla mia esperienza, nei quali vecchi sogni sono ripresi dieci, venti, trent’anni dopo, decodificati e confrontati con l’effettivo sviluppo della vita del paziente. Ci sono ovviamente decorsi positivi, negativi e neutri, ai quali corrispondono abbastanza strettamente sogni di qualità corrispondente, a mio avviso chiaramente correlati, come si constata dall’analisi dei casi presentati.
Il lato bio – antropologico cerca di insinuarsi molto cautamente nei complessissimi meccanismi neuro – biologici che stanno sotto l’attività onirica, riguardanti le connessioni tra le parti più arcaiche e quelle più recenti del cervello, appoggiandosi anche alle ricerche di Marcus Raichle e di altri neuroscienziati.
Connessioni che risultano tutt’altro che scontate e “pacifiche”, e che anzi assomigliano più a un campo di battaglia tra il c.d. “rettile interno” (la parte più arcaica del cervello che è ancora dotato di una sua “soggettività” indipendente, che vorrebbe più spazi espressivi, e il resto del cervello che non può concederglieli, per l’estrema difficoltà (e il relativo, enorme dispendio energetico) che incontrerebbe nell’interfacciare completamente le sue arcaiche modalità di trattamento delle informazioni con le modalità più recenti e col mondo esterno.
Tali modalità arcaiche del “rettile”, d’altra parte, sono funzionali proprio per questo al cervello stesso, ma devono essere circoscritte e non dilagare per non bloccare l’attività stessa della mente. Così il “rettile” si sente (ed è) prigioniero e… soffre.
Sarà per caso questa la causa prima dell’infelicità umana?
Freud chiama questo mondo l'”Inconscio“. Io preferisco chiamarlo l'”Incondiviso”.
In questa prospettiva, la Terapia odierna, così come Ritualità antica, la Religione, l’Arte e tutte le altre forme espressive e culturali, sono viste come benefiche perché, sospendendo transitoriamente la razionalità e l’attività del c.d. “emisfero sinistro”, concedono un po’ più di spazio comunicativo e quindi di sollievo al povero “rettile”, tenuto in vita, ma sprofondato senza speranza nella parte più recondita del cervello di ciascuno di noi.
Il sogno è visto come una sorta di cry for help in questo senso e l’invito a prolungare in vari modi i momenti di tale manifestazione liberatoria.