(traduzione dal francese “Mon espérience du Pack” – THERAPIE PSYCHOMOTRICE” n. 135/2003

Giandomenico Montinari [1]

Dopo aver riscontrato con grande interesse la matrice rituale del pack, le cui radici affondano nella cultura cosmologica del Paleolitico, l’Autore preferisce non soffermarsi sugli aspetti antropologici della metodica, valorizzandone piuttosto la dimensione preculturale, cioè prelogica e preverbale, che ne costituisce la caratteristica più efficace sul piano terapeutico.

In questa prospettiva il pack permette l’accesso rapido e diretto a quella sfera in cui i sintomi nevrotici e, in parte, psicotici si formano e in cui presumibilmente possono essere modificati, non tanto trasponendoli in forme logiche e razionalmente intelligibili, quanto, al contrario, riconoscendone l’aspetto illogico/prelogico, intrinsecamente non comunicativo e non relazionale, come si conviene alla loro realtà “in – fantile”.

Le polarità primordiali che la seduta evoca nell’immaginario delle persone, caldo e freddo, infantile e adulto, “dentro” e “fuori”, “buono” e “cattivo” ecc., permettono di intervenire direttamente all’interno di dinamiche strutturali il cui perturbamento è alla base di molti sintomi. I processi di disgiunzione e ricongiunzione di elementi, tipici della prassi e della metodologia sciamanica, anche senza che i curanti ne siano consapevoli, vengono attivati per correggere le aggregazioni patogene che alimentano la malattia e per ripristinare dialettiche più compatibili con lo stato di benessere globale.

L’Autore presenta la sua esperienza pluriennale con pazienti psicotici e disabili mentali, condotta nell’ambito di una sua personale interpretazione del metodo, che prevede un’intensa drammatizzazione degli aspetti rituali e tempi relativamente molto brevi (10 – 15 minuti in tutto). I risultati, se la scelta dei pazienti è fatta attentamente, si sono rivelati quasi sempre buoni o ottimi.

Premesse

Credo di poter dire che il contatto con la teoria e la pratica del pack sia stato determinante nel formare il mio attuale modo di intendere la Psichiatria.

            Sicuramente ha supportato e strutturato molte delle mie riflessioni e delle mie fantasie terapeutiche ed è tuttora, per me, un punto di riferimento importantissimo.

            Da quando, una quindicina di anni fa, lessi un articolo di JF. Césaro su THERAPIE PSYCHOMOTRICE e lo pubblicai, dopo averlo tradotto, sulla rivista da me diretta AGGIORNAMENTI DI PSICOTERAPIA E PSICOLOGIA CLINICA e poi invitai lo stesso Autore a tenere un seminario a Genova, non ho mai smesso di considerare questo approccio una via maestra per cercare di capire qualcosa del lavoro psicoterapeutico e psichiatrico.

            Da alcuni anni lo pratico regolarmente sia nella mia attività privata, sia nelle strutture psichiatriche in cui lavoro, con risultati clinici più che soddisfacenti, ma soprattutto come “bandiera” di una prassi psichiatrica libera dagli stereotipi imperanti, occultamente ideologici, che, in nome di una presunta efficienza tecnica, scientifica o gestionale, di fatto tendono a banalizzare e a rendere sterile il nostro lavoro.    

I precursori antropologici

Quello che, del pack, mi ha sempre affascinato fin dall’inizio è, indubbiamente, la sua vetustà, il fatto di essere una metodica sciamanica che affonda le sue radici nella cultura del Paleolitico, con la sua irripetibile e ineguagliata saggezza.

Mi sono lasciato prendere a lungo da questa fascinazione, dedicando appassionate ricerche alla ritualità ancestrale, vista come precursore non solo della terapia psichiatrica, ma anche di innumerevoli altre manifestazioni umane fondamentali, dall’arte alla conoscenza, dalla religione allo sport, dallo spettacolo alla medicina. Nel mio libro “L’Agnello e la Scure”[2] sostengo la tesi che tutte derivino da un’unica esperienza primordiale, che io chiamo il “protorito”, simile al gioco infantile, fatto, presumibilmente, di un elementare setting spazio – temporale (forse un cerchio di pietre in una radura, rudimentale prototipo delle cattedrali gotiche) che circoscrive e crea uno spazio protetto e trasforma la qualità di ciò che viene portato al suo interno. In esso la sospensione, intrinsecamente inevitabile più che razionalmente determinata, dell’espressività e del pensiero “adulti”, lasciati fuori dell’area sacra, attiva contestualmente un’espressività e un tipo di pensiero figurativo – mimetici, di tipo analogico, simile a quella dei sogni, che diventa, per tutta la durata del rito, l’unico strumento utilizzabile per rappresentare il mondo: travestimenti, narrazioni mimico – gestuali e raffigurazioni grafico – pittoriche, suoni, danze, ecc., tutti ingredienti di una teatralità multimediale, in profondo contatto col nucleo “in – fantile” (cioè non – verbale) originario.

In questo contesto e con questi strumenti vengono drammatizzati e resi attuali importanti eventi “storici” divenuti mitici o grandi temi cosmologici, riguardanti le origini e i destini ultimi, di solito collegati tra loro in una ciclicità senza tempo, come si conviene alla struttura del pensiero analogico, che, come ben sappiamo dalla nostra frequentazione del mondo onirico, è figurativo, globale, sincronico, ecc..

Il rito era ed è la camera di compensazione tra l’immaginario e la realtà, capace sia di produrre miti, trascendendo la banalità del quotidiano, sia di rendere attuali e presenti entità mitiche, utilizzandone l’aspetto benefico o esorcizzandone i lati più inquietanti e minacciosi. Tale complesso e delicatissimo lavoro di interfaccia, non privo di risvolti più o meno simbolicamente violenti[3], di tipo “catartico”, capace di provocare forti effetti trasformativi sulle persone, ha mantenuto in parte la caratterizzazione “ricreativa” originaria, ma più spesso ha subito, fin dai primordi, la sovrapposizione di finalità più o meno improprie, come quelle legate alla manipolazione politica dei gruppi, base delle future religioni (intese come forme di instrumentum regni) e ha assistito allo svilupparsi autonomo di aspetti come quelli iniziatico – sapienziali, quelli espressivi (danza, musica, teatro, ecc.), quelli terapeutici e molti altri che, a rigore, avevano senso e legittimazione solo in quel particolarissimo contesto.

Come, nella storia geologica della Terra, i continenti si staccarono a un certo punto dalla Pangea originaria e si sparsero per il pianeta, così le varie componenti del “protorito” diedero origine a una deriva reciproca che, col tempo, le fece diventare quello che sono oggi (teatro, danza, filosofia e scienza, medicina, sport, ecc., e, naturalmente, religione, che ancora i Greci, si badi bene, concepivano come collegate, almeno topograficamente, all’interno degli stessi santuari, come per esempio quello di Epidauro); tutte sono realtà che riproducono lo stesso paradigma di base e possono operare delle modificazioni nelle persone che li praticano: in senso curativo, se permettono di controllare lo strapotere dell’attività fantasmatica, in senso alienante se lo alimentano.

            Quasi tutti i riti moderni, pur continuando a esercitare una funzione “catartica” (si pensi per esempio al gioco del calcio o a certi happening recitativo – musicali giovanili), hanno perso la consapevolezza della loro natura e finalità originarie, che erano sostanzialmente sacrali.

Il pack invece ha la caratteristica di aver conservato gran parte degli attributi primitivi e dello spirito informatore del “protorito”, in quanto drammatizzazione rituale, in un set microgruppale, di una lotta cosmica tra “caldo” e “freddo” (Sole e Luna? Yang e Yin? Vita e Morte?) in cui si attualizza una ciclica, palingenetica distruzione/ri–creazione del mondo, cioè del mondo interno dei partecipanti al rito, ad iniziare dalla sua parte più profonda e incontaminata; operazione di tipo cosmogonico, dunque, cui consegue, quando le cose vanno bene, una crescita di benessere fisico e un sentimento di più forte padroneggiamento della realtà.

            Questo approccio antropologico – culturale è estremamente suggestivo e, a mio avviso, utilissimo per capire meglio molti ambiti dell’espressività umana, compresa la scienza e la tecnologia e compresa, soprattutto, la psicoterapia, proprio nella sua natura intrinsecamente non-verbale.

Verbale e non – verbale

Però, se applicato alla pratica del pack, tale approccio rischia d’essere fuorviante, perché può indurre a non valorizzare la caratteristica più importante del pack stesso, che è la possibilità che offre di calarsi senza mediazioni in una dimensione preculturale, cioè prelogica, preverbale, quella nella quale i sintomi si formano e nella quale, verosimilmente, possono essere modificati dall’intervento terapeutico. Paradossalmente il fatto di ribadire ciò che il pack è stato in passato può trasformarlo in un’esperienza culturale, che, dal punto di vista clinico, lo rende più debole.

            Già la Psicoanalisi e molte teorie psicoterapeutiche continuano tuttora a cadere nella trappola di interpretare l’origine e la formazione dei sintomi e dei comportamenti sintomatici come un fatto logicamente comprensibile, come frutto d’eventi e di relazioni storicamente definiti, che hanno provocato reazioni psicologicamente e culturalmente intelligibili, anziché come risultato di un fallimento (traumatico o spontaneo? puntiforme o continuativo? difficile dirlo) della logica, della capacità relazionale, del senso della realtà. Eventi psichici e atteggiamenti mentali che noi consideriamo patologici sono la materializzazione, fissata e resa persistente, di pregressi sovvertimenti di ambiti percettivi, di abbinamenti impropri e contaminatori tra emozioni e razionalità, tra passato mitico/infantile e tempo presente, tra sogno e realtà, e continuano a racchiudere nella loro struttura uno scompaginamento dei livelli simbolici e di lettura (la parte per il tutto e viceversa, errori di astrazione, immagini usate in senso diretto e non metaforico[4], concretismo del pensiero, ecc., come sappiamo dalla pratica della clinica psichiatrica). Tale materiale denuncia non le circostanze storiche personali d’insorgenza (tipo la scena primaria di Freud), ma il livello di destrutturazione delle funzioni dell’Io al quale si è formato.

Si tratta di mescolanze improprie e mostruose tra frammenti decontestualizzati di esperienze reali, antiche e recenti, da una parte, e fantasmi, tratti dal repertorio mitico di ciascuno, dall’altra, risultato della rottura, brusca e traumatica oppure continua, di un’ipotetica barriera dentro/fuori. In definitiva, una combinazione perversa di elementi eterogenei, a formare figure (i sintomi e i comportamenti sintomatici) la cui natura ancipite, “chimerica”, per metà mitico-infantile e per metà reale-attuale, le rende rigide, tenaci, resistenti alla disgregazione e non elaborabili nell’ambito del normale “metabolismo” dell’Io, perché non riconosciute dal suo “sistema immunitario” né come proprie, né come aliene.

Alla fine tali figure sono tossiche come i virus dei computer, perché indeboliscono la funzione integrativa e smaterializzante dell’Io e sono a loro volta causa, con un meccanismo a cascata, della formazione di nuovi nuclei patologici.

Tutte sono realtà espressive, comunque, alle quali è connessa una intrinseca perdita di capacità comunicativa e relazionale.   Il modo per venirne a capo e per disinnescarne il potere patogeno non è quello di cercare di capirlo logicamente: tale sforzo, inevitabilmente destinato ad avere luogo in modo fittizio e quindi a fallire, rende vincente e anzi trionfante l’intrinseca non – comunicazione dell’espressività patologica e alimenta ulteriormente i processi di formazione dei sintomi.

            L’unica chance che abbiamo è quella di riscontrare il carattere illogico/prelogico e quindi non comunicativo di questo materiale, sancendo il fatto che l’unico livello di lettura adeguato è quello della non – lettura. Ciò è subordinato alla capacità di mettere noi stessi e il paziente, almeno per un attimo, in una prospettiva quanto più possibile preverbale, non logica e non relazionale, almeno nel senso adulto del termine, cioè di far emergere un ipotetico, virtuale nucleo “in – fantile”, che non è il bambino reale, storico che ciascuno di noi è stato, ma solo un atteggiamento mentale totalmente alternativo rispetto alla realtà e alla condizione di adulti.

            Tale contingente disjuctio oppositorum, tra il supposto e per sua natura mal definibile “dentro” (“mio”, infantile, non-verbale) e il “fuori” (“altrui”, adulto, verbale) è relativamente semplice da pensare in teoria, molto difficile da attuare nella pratica, anzitutto per la difficoltà che tutti abbiamo a lasciar sviluppare in noi stessi una destrutturazione così profonda, poi per la forte resistenza delle figure patologiche, cioè, in pratica, dei sintomi, a farsi manipolare e disgregare. La nostra difficoltà personale e la resistenza del materiale patologico si saldano in un circolo vizioso che le rinforza entrambe, perché qualunque approccio terapeutico, se non riesce a realizzare in maniera totale e radicale la separazione, è facilmente esposto al rischio di acquisire esso stesso la natura della patologia alla quale si rivolge: diventare pieno di elementi mitico – infantili dove dovrebbe essere realistico, per un verso, e esageratamente aderente alla realtà (con note concretistiche o razionalistiche) e frammentario dove dovrebbe lasciar espandere l’universo mitico del paziente, dall’altro verso. Rischia cioè di inquinarsi e di diventare un ulteriore moltiplicatore di patologia.

            Ogni psicoterapia (compresa la psicoanalisi, beninteso) è efficace, quando riesce a ripristinare con forza l’asse adulto – infante e poi a superarlo in una successiva conjunctio tra fantasmi e realtà, che costringe le figure sintomatiche a orientarsi nel giusto senso, essendone disattivate nella loro patogenicità. E’ questo il vero senso della interpretazione psicoanalitica: separare/riunire in maniera incontrovertibile il lato fantasmatico inconscio e il lato reale di un sintomo, riaccostando correttamente aspetti pubblici e privati, preventivamente e con grande difficoltà disgiunti[5].

            Tutti i riti antichi e moderni ricalcano tale paradigma, spesso esplicitamente nei contenuti e nei temi[6], ma sempre nella struttura, col fatto di essere rappresentazioni del mondo con strumenti analogico – figurativi (cioè non – verbali) che permettono per un attimo il dominio dell’in – fante su tutto ciò che lo circonda. L’introduzione della violenza sottolinea la necessità della ricongiunzione drammatica tra il “bambino” (agnello, vittima sacrificale) e uno dei suoi opposti antropologici (ferita, separazione, rottura, morte), in un confronto che, a rigore, non dovrebbe avere mai né vincitori né vinti designati[7], ma mantenere un carattere aperto e ripetitivo. 

            Lo stesso effetto può essere ottenuto nel pack, col vantaggio, rispetto alle psicoterapie verbali, di essere meno facilmente equivocato circa la sua natura non – verbale e pre – culturale. Anche la psicoanalisi è soprattutto una terapia “non – verbale”, anche se spesso non lo sa o se ne dimentica.

Nel pack un bambino, aggredito e soverchiato dal mondo esterno (freddo, buio, distante, ecc.) ritrova se stesso e la forza di sopravvivere e di prevalere. Ma, come in tutte le terapie, ripeto ancora una volta, il vero, imponente problema, non è la fase della congiunzione (in questo caso vincente), bensì quella della disgiunzione: far sì che il paziente si lasci introdurre in una polarità dentro/fuori e la accetti, ridiventando cioè in grado di concepire un “Dentro” (caldo, buono, mio…) e un “Fuori” (estraneo, freddo, cattivo…) e scollando in tal modo l’una dall’altra le varie componenti dei suoi sintomi e modi di essere patologici.

 Il freddo facilita tale processo, proprio per l’impossibilità di essere riconosciuto, da parte dell’ipotetico sistema immunitario dell’Io, come proprio e positivo: non può non essere respinto, valorizzando, per contrasto, il nucleo infantile, che non può non essere vissuto come integro, buono e forte.

            La forza terapeutica del pack consiste proprio nel mettere il paziente in una condizione in cui è costretto, se ne ha la forza, a riscoprire e valorizzare tale differenza. Quando le cose vanno bene, attraverso una successione tipicamente sciamanica, il freddo in qualche modo viene identificato con le parti estranee e negative di sé e le assorbe, lasciando al paziente quelle proprie e positive, identificate col calore interno, dal quale il freddo stesso viene soverchiato e dissolto.

Ma non sempre questo succede e ce ne accorgiamo facilmente dal fatto che il paziente resiste alla regressione, resta lucido, attento, consapevole… trattiene, cioè, nell’area destinata ad attualizzare il “bambino”, attitudini adulte, destinate invece, in quel contesto e in quella circostanza, ad essere espulse dal campo rituale. Questo, naturalmente, fa pendant col fatto di assumere poi, nel successivo rapporto col mondo adulto, atteggiamenti puerili e tutt’altro che “adulti”.

La mia esperienza

            Il metodo che seguo da alcuni anni, non deriva, per scelta consapevole, da una specifica formazione, ma discende da queste premesse, secondo una mia personale e libera interpretazione. Ho affrontato e tentato di sciogliere, in base alla mia esperienza e al mio modo di sentire, i vari nodi che si sono presentati di volta in volta e che consistono anzitutto nella durata della seduta: quanto deve durare (dieci minuti? mezz’ora? tre quarti d’ora? o più?); deve essere fissa o variabile?

            Poi nella frequenza: una volta alla settimana? una volta al mese? una volta al giorno? variabile? E per quanto tempo?

            Poi nella scelta dei pazienti: più gravi o meno gravi? Acuti o cronici?

            Non so se quelle che ho fatto sono le scelte giuste (ammesso che esistano), ma sono le mie e questo mi sembra particolarmente importante dopo quello che ho premesso; avrei piacere comunque di confrontarmi con quelle dei Colleghi.

            Quello che faccio è questo.

            In un ambiente in penombra o quasi buio il paziente precedentemente preparato, informato e e largamente consenziente, viene introdotto, nudo o con i soli indumenti intimi, in un lenzuolo tenuto nel ghiaccio. Gli vengono coperti anche gli occhi. Dopo alcuni secondi viene avvolto in piumoni e coperte. Vige per tutti la consegna assoluta del silenzio nei primi dieci minuti.

In tale fase è previsto anche, attraverso le coperte, un contatto con le mani dei curanti, che in parte stanno ferme, in parte eseguono solo piccoli movimenti leggeri, lenti e finalizzati ad accarezzare il paziente, ma senza far pensare a un massaggio o a un’altra procedura codificata. Si cerca di trasmettere la sensazione di una presenza, ma, quanto più è possibile, di una presenza materna, cioè calda, tenera, sollecita e, ovviamente, silenziosa[8]. Sentimenti che i curanti hanno già in partenza e che vedono rinforzati dal fatto di dover accudire un essere “implume” e totalmente affidato, almeno nelle intenzioni, alle loro mani.

            La frequenza delle sedute è, come principio, settimanale o quindicinale. Talora, forzatamente, irregolare.

Gli operatori sono costituiti da un team di tre persone: uno psichiatra (io), uno psicologo e un infermiere. Sono previsti degli ospiti, colleghi esterni o interni all’istituzione e talvolta, se possibile, altri pazienti. Sono in funzione tre team, in altrettante strutture da me dirette.   

            La durata delle sedute è quella minima indispensabile, cioè un quarto d’ora, giusto il tempo di fare l’esperienza e non di più; tempo uguale per tutti. Mi sembra che una maggiore durata correrebbe il rischio, almeno se l’operatore sono io, di diluire e quindi addomesticare troppo i contrasti che la costituiscono.

Più precisamente io faccio

  • sette minuti col contatto delle mani dei curanti sul corpo del paziente
  • tre minuti senza contatto
  • cinque minuti di anastasi[9], in cui avviene un primo scambio di sensazioni, se il paziente mostra di gradire la cosa. Ho notato che, in alcuni casi, costringerlo a verbalizzare è inutile o dannoso; di solito, invece, sembra giovare.
  • Discussione di gruppo (pazienti e curanti) facoltativa e di durata non prestabilita.

Il problema della scelta dei candidati al pack, siano essi pazienti più o meno gravi, siano allievi o operatori; siano attivi o passivi, nella pratica non si pone, nel senso che, una volta capito di cosa si tratta, ci sono quelli che lo chiedono e quelli che non vogliono neanche sentirne parlare. La scelta è conseguente e, quasi sempre, buona.

La tipologia clinica abbraccia tutta la clinica neuropsichiatrica: neurotici ambulatoriali, borderline, schizofrenici cronici residenti in comunità terapeutica, disabili con problemi neurologici, insufficienza mentale e sintomi psicotici d’innesto.

            La durata del trattamento procede per cicli di dieci – quindici sedute a frequenza settimanale, intervallati da periodi di sospensione. Non ho ancora elaborato dei criteri per stabilire la fine del trattamento, al di là di accettare il fatto che sia il paziente stesso a chiederlo.

Risultati

Dopo un breve ciclo di prova, di due o tre sedute, le persone non adatte si allontanano spontaneamente o vengono allontanate. I segni della mancata attitudine al pack sono, oltre al rifiuto consapevole e verbalizzato, l’incapacità persistente di regredire, cioè di entrare nel ruolo “infantile”, rilassato, ecc. come detto sopra. Poi l’espressione, durante l’anastasi, di fantasie negative (aggressioni, ferite, ricordi infantili angoscianti, ecc.) e il prevalere di sensazioni corporee sgradevoli. Fuori della seduta, una riaccentuazione di sintomi e un eccesso di attivazione sotto forma di irrequietezza, ansia, tendenza a commettere acting out.     

            Se invece prevalgono gli aspetti positivi, si decide insieme al paziente di continuare. A questo punto egli è non solo consenziente, ma desideroso di farlo. La qualità del consenso è di solito netta e inequivocabile anche per gli oligofrenici gravi.

            I risultati a breve e a lungo termine consistono in una forte attenuazione degli acting, una riduzione dei sintomi negativi spesso piuttosto vistosa e un forte aumento della compliance con i curanti, con i quali si instaura una sorta di complicità molto fruttuosa sul piano terapeutico.

            Alla fine di un ciclo, i risultati persistono alcune settimane, ma non indefinitamente. Questo pone il problema della durata complessiva del trattamento.

            I risultati sono migliori e più persistenti nei pazienti che, testati in precedenza con uno strumento da noi ideato e messo a punto su una vasta base di pazienti ospiti di comunità e denominato Survey, hanno fornito un punteggio indicante trattabilità elevata.

            Lo strumento, dopo una serie di valutazioni fatte da parte dei curanti e una complessa elaborazione computerizzata, assegna ad ogni paziente un punteggio medio complessivo, da uno a cinque, (per esempio, in pratica, 2.3 o 3.0 o 3.5, ecc.), indicativo della sua trattabilità, relativa al momento e al contesto, cioè della sua disponibilità o meno a recepire input stimolanti da parte dei curanti e trasformarli in modificazioni persistenti. L’utilità dello strumento nella pratica clinica è massima, poiché permette di evitare sia una sovrastimolazione pericolosa sia una sottostimolazione potenzialmente altrettanto dannosa e di prevedere entità e modi della risposta, attuando percorsi clinici differenziati.

            I pazienti che si rivelano adatti al pack hanno di solito punteggio superiore al 3.0. In quelli con punteggio inferiore, prevalgono gli aspetti negativi su menzionati e sussiste anche una certa pericolosità nell’applicazione del pack.

            In tre anni ho trattato in tutto circa trenta pazienti, in dieci dei quali ho ottenuto risultati discreti, negli altri venti risultati ritenuti soddisfacenti o molto soddisfacenti.

Risultati altrettanto importanti si ottengono nel gruppo dei curanti, se si lavora espressamente in tal senso. Per molti di loro l’esperienza di un maternage così intimo, così forte, così condiviso, nei confronti di pazienti che di solito devono essere continuamente redarguiti, contenuti, zittiti, ecc. è molto nuova e in alcuni casi dirompente, tale da cambiare molto il tipo di rapporto con questo come con gli altri pazienti.

E questo non nel senso di incrementare un buonismo tollerante e astensivo, potenzialmente destrutturante, se rivolto a pazienti gravi o gravissimi, ma anzi di facilitare l’esecuzione di ruoli normanti e contenitivi, proprio perché supportati dalla consapevolezza di esercitare una funzione, un gioco delle parti insieme ad altri colleghi, e non di racchiudere l’esistenza intera del paziente in un contenitore rigido e disciplinante[10].  

            Da un punto di vista più teorico si potrebbe dunque dire che anche nello staff dei curanti il pack instaura o rafforza una polarità dentro/fuori, che ha effetti benefici sul funzionamento personale e tecnico del gruppo di lavoro.

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Dott. Giandomenico MONTINARI

Via Cecchi, 3/3

16129  GENOVA  (I)

tel.: 0039/10/592243

E-mail: montinari@panet.it


[1] Psichiatra, formatore, responsabile di strutture comunitarie

[2] L’AGNELLO E LA SCURE, Ed. Franco Angeli, Milano 1998

[3] da cui il titolo del già citato L’AGNELLO E LA SCURE.

[4] Quello che io chiamo l’aspetto cataforico, cioè occultativo, degli aspetti iconico – figurativi della comunicazione patologica, la quale è, sì, ricchissima di informazione potenziale, ma di fatto non è rivolta a nessuno e quindi non significa e non vuole dire niente. Le nostre letture hanno un’efficacia clinica come forme di refraiming paradossale, ma a rigore sono arbitrarie.

[5] Mi sono soffermato più a lungo su queste tematiche nel mio libro “PSICOTERAPIA AL LIMITE” (Ed. Franco Angeli, Milano, 2000)

[6] Negli antichi “Saturnalia” i servi (chiamati dai Romani pueri) venivano serviti dai padroni; nell’iconografia tradizionale del Natale cristiano i pastori e i Re Magi si inchinano al Bambino salvatore, ecc.: gli esempi sono infiniti e non mette conto esaminarli dettagliatamente. 

[7] E’ interessante notare che i riti in cui il “bambino” programmaticamente moriva (per es. i sacrifici cruenti dell’età del bronzo, del mondo ebraico, greco – romano, celtico, ecc. nonché quelli delle culture precolombiane) si sono estinti, mentre quelli in cui sopravvive o risuscita (Pasqua cristiana) o in cui sussiste un’alea (per es. la corrida o il gioco del calcio, anch’esso con una struttura di tipo sacrificale, perché prevede un portiere trafitto da un attaccante) perdurano. Non so però se questa possa essere considerata una regola.

[8] Anche questa è una forma aggiuntiva di disjunctio/conjunctio: la presenza degli altri c’è, ma si propone solo all’interno di un contesto che in realtà non prevede un contatto adulto e verbale, così come l’atmosfera di calore e di accudimento creata attorno al paziente, intrinsecamente unitaria data la sua qualità fortemente fusionale, è di fatto condivisa con più persone. Sone tutte situazioni “impossibili”, con tratti di paradossalità controllata, che, se le cose vanno bene, contribuiscono a sospingere il paziente verso una situazione regressiva, che rinforza la preverbalità della situazione. Nella pratica, è quasi sempre molto gradita da parte dei pazienti. In alcuni casi è rifiutata.

[9] Il termine anastasi sta per “risurrezione” e, nel suo uso più recente, designa la Risurrezione di Gesù Cristo e la Risurrezione dei morti nel Giorno del Giudizio; in quanto tale è anche una figura dell’arte paleocristiana. All’interno del pack viene da me usato non per designare un miracolo (cioè il terapeuta provvisto di poteri eccezionali che cura il malato), ma per sottolineare la potenza quasi divina che si sprigiona nell’attimo della presa di contatto e della compresenza tra il “dormiente” e il mondo adulto. Il “divino”, in questo caso, non è causa, bensì conseguenza dell’anastasi.  

[10] Questo genere di considerazioni costituiscono l’oggetto del mio libro  “LA MALATTIA ISTITUZIONALE DEI GRUPPI DI LAVORO  PSICHIATRICI – Diagnosi e terapia”. Ed Franco Angeli, Milano, 1999.