“La malattia istituzionale dei gruppi di lavoro psichiatrici” (1999) passa in rassegna le più frequenti forme di patologia dei gruppi che lavorano nelle istituzioni psichiatriche.

Sono sostanzialmente forme di sbilanciamento dell’operatività dei gruppi nel senso del “materno” o del “paterno”.
Indulgenza eccessiva, fusionalità tra le persone (pazienti e operatori), scarsa critica nei riguardi delle bizzarrie e delle anomalie comportamentali, incapacità di mettere limiti ai pazienti, ricerca dell’unanimità e del consenso totale a tutti i costi, confusione dei ruoli, passività ecc. ecc. costituiscono la patologia del materno e sono il pervertimento della vicinanza affettiva, della giusta tolleranza, dell’integrazione delle funzioni, del rispetto dei tempi dei pazienti.
La patologia del paterno è invece la distanza tra singoli e gruppi, sotto forma di barriere alla comunicazione, frammentazione dei gruppi, irrigidimento dei ruoli e delle funzioni, cattiva comunicazione tra operatori e tra operatori e pazienti, l’intolleranza verso le inevitabili manifestazioni della patologia psichiatrica, l’eccesso di stimoli e di aspettative, ecc.
Queste sono solo alcune delle forme di patologia che gli operatori di comunità sviluppano, avendo assorbito senza sufficienti filtri la patologia dei pazienti.
Ciò crea spesso le premesse per una amplificazione della patologia stessa, tramite effetti retrogradi da parte dei curanti verso i pazienti, in un circolo vizioso che porta rapidamente all’esaurimento professionale da una parte e alla cronicizzazione dall’altra.
Il libro contiene molti suggerimenti atti a individuare e contrastare, ma soprattutto prevenire tali patologie.