“Il buco nella rete” (1990 è la storia del Centro di Socioterapia “DAILY” di Genova (1973 – 81) fra teoria e pratica.

Il libro si confronta e si scontra subito col nodo centrale della gestione dei pazienti psichiatrici: l’atteggiamento dei curanti deve “paterno” o “materno”? E’ più utile essere normativi, direttivi, orientati alla correzione di funzioni carenti e al recupero di abilità sociali? O protettivi, accudenti e centrati sul recupero del sentimento di identità del paziente?
Si constata subito che le due direzioni, ambedue necessarie (come nell’educazione dei figli), se non sono collegate sono divergenti e impercorribili. Ma accostarle e/o alternarle porta ad assumere atteggiamenti contrastanti, anzi “contraddittori”, sul filo del doppio messaggio, cosa tecnicamente molto ardua in un ambiente istituzionale (pazienti + operatori) che richiede il massimo di coerenza e univocità per non entrare in stato di sofferenza.
Essere “materni” significa esercitare tenerezza, attenzione ai vissuti profondi, identificazione reciproca, accettazione dell’esistente; essere “paterni” significa avere una certa severità, essere esigenti, privilegiare la correzione delle anomalie, essere orientati alla realtà esterna e al cambiamento.
Inoltre va tenuto presente che un materno non controllato facilmente diventa passività, inerzia, perdita di fiducia, così come il paterno senza contrappesi tende a diventare distanza, freddezza indifferenza verso i sentimenti della persona malata.
Come si conciliano tutte queste cose nella vita quotidiana di un gruppo?
Bisogna anzitutto prendere atto che un equilibrio adeguato è impossibile da realizzarsi, anche perché tale dialettica è centrale e importante non solo nella psichiatria, ma in tutto l’Umano.
Poi sapere che perseguire comunque l’obiettivo dell’integrazione, pur consci della sua impossibilità, è terapeutico, per pazienti e operatori.
Il “buco nella rete” è diventato una metafora, ma non lo era originariamente: era concreto e reale (cioè una recinzione rotta e non riparata), un esempio di “chiusura aperta”, cioè di protezione che protegge e non protegge, un po’ pericolosa ma capace di far crescere.
Ma i nodi da affrontare erano anche molti altri: quali obiettivi darsi in assenza, da parte di chiunque, di indicazioni, che non siano la semplice badanza? Bisognava “fare” e far fare qualcosa o non fare “niente”? Rispettare l’apparente inerzia dei pazienti o attivarli passivamente? e come lavorare senza un consenso esplicito da parte loro? come collaborare con i famigliari? ecc. ecc.
Oltre agli interrogativi su tali problematiche di fondo, il Il Buco nella rete contiene anche molti suggerimenti operativi e strutturali, aneddoti e varie esperienze di vita comunitaria.
Il libro comunque, all’epoca (primi anni Novanta) ebbe successo ed è rimasto tuttora un punto di riferimento per molti colleghi.