Per parlare di Eraclito bisogna disporre di una chiave di lettura, che deriva (anzi va estratta con una certa difficoltà) da quella che – a quanto si può capire – è la sua visione del mondo, che – intenzionalmente e coerentemente – non espone mai in maniera chiara e compiuta. Il suo pensiero (definito da sempre “skoteinòs, oscuro”) è tale perché intende rispecchiare la natura intima e il modo di essere della “Fysis” (come chiamavano allora la Natura o la Realtà nel suo insieme), che non è mai un dato di fatto, oggettivo, padroneggiabile: si fa vedere e si nasconde, c’è e non c’è, e si trasforma in continuazione. Come un fiume che è sempre lo stesso ma non è mai lo stesso (fr. 16 “Nello stesso fiume entriamo e non entriamo, siamo e non siamo“). La “Fysis” per lasciarsi vedere ci impone di “giocare”, anzi di “giocare a nascondino” come fa lei (fr. n. 28, molto conosciuto: “La Natura ama nascondersi“).
(Tra parentesi, questo rispecchiamento reciproco, anzi questa continuità o identificazione tra l’osservatore, la teoria e la Fysis mi sembra un concetto quanto mai profondo e fertile, che anticipa riflessioni e teorie recenti sul ruolo forte della soggettività nella ricerca. Ha implicazioni molto ampie e non immediatamente evidenti, come quella che anche chi legge, come noi oggi, è invitato a far parte del gioco. Quindi, in questa sede, se qualcuno di voi mi contestasse qualche aspetto di eccessiva soggettività mia in questa relazione, gli risponderei che questo è previsto, anzi voluto dall’Autore!).
Per cercare di cogliere qualcosa della continua trasformazione della Fysis dobbiamo mettere in gioco molti e diversi approcci, oltre alla razionalità. La dimensione da imparare a riconoscere (nella nostra mente, come nella Fysis, da intendere, appunto, in solido) è quella che noi del XXI secolo potremmo chiamare “ipnica”, “onirica”, “non-verbale”, “inconscia”, “autocentrata” o se vogliamo “autistica”, dimensione alla quale oggi abbiamo voluto trovare una precisa base neurobiologica e funzionale: “l’emisfero destro”, formulazione sintetica, ma sostanzialmente accessibile per dare un nome a una realtà molto più complessa. Eraclito non lo sapeva, ma implicitamente “la postulava” come esistente e la considerava altrettanto importante quanto l’altra dimensione, quella pubblica e razionale, nel determinare tutte le operazioni della mente. Eraclito (intenzionalmente e opportunamente) non denomina gli attributi – molto disparati e privi di una base comune di tipo “logico” – di questa dimensione, ma li paragona a varie realtà, come, per esempio, il modo di essere dei dormienti o dei bambini o semplicemente all’oscurità Fr. 104 “A ciò che non tramonta come potrebbe uno rimanere nascosto?“.
Noi potremmo aggiungere gli stili espressivi dei malati mentali. Ritengo che Eraclito sia in questo assolutamente geniale e che effettivamente si muova ben al di fuori dalla possibilità conoscitive della sua epoca.
Queste due dimensioni (egualmente indispensabili e costituive del Mondo: v. i fr. n.9 “Per i desti il mondo è uno e comune, mentre quelli che prendono sonno si volgono ciascuno al proprio“); n.11 (“I dormienti sono operatori e cooperatori degli eventi del mondo“) sono tra di loro in un equilibrio dinamico – conflittuale: fr.14, “Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re…” e fr.22 “La stessa cosa sono il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi mutando trapassano in quelli e quelli ritornano a questi“.
Per obiettività e completezza va detto che forse Eraclito era influenzato, come tutti i presocratici, da dottrine orientali, come quella dello Yin/Yang, basate appunto sul gioco tra due principi (uno chiaro, patente, “maschile” e uno scuro, nascosto, “femminile”, che formano e sono contenuti da un Tao, provvisto per questo di una valenza divina). Oppure quelle relative al Mandala (combinazioni di cerchio + quadrato, rappresentanti di realtà cosmologiche opposte, che, se abbinate, “chiamano” il divino, lo rendono presente e operativo, concetto rimasto in molti campi e, per esempio, anche nell’architettura delle nostre chiese).
Sono due serie di orientamenti e di modalità di funzionamento opposte e inconciliabili, intrinsecamente incompatibili, perché sono centripeta l’una, centrifuga l’altra, che sarebbe nostro compito cercare di tenere assieme e di integrare, V. fr. 19 “intero e non intero, convergente divergente, consonante dissonante (N.B.: la e nel testo non c’è): e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose“.
Dobbiamo essere consapevoli che una completa integrazione tra di esse è impossibile a noi umani, ma è qualcosa di qualità “divina” (fr. n.32 “Il divino è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame (sempre senza e): e si muta come il fuoco, quando unito agli aromi prende il nome del piacere che a ciascuno è proprio“), che ci trascende e a cui noi difficilmente e solo in piccola misura abbiamo accesso (fr. 77 “Non giudichiamo come capita delle cose più grandi”).
Oppure fr. 120: “Il Signore il cui oracolo è in Delfi (Apollo) non dice e non nasconde, ma significa” (oute légei oute kryptei, allà semàinei, cioè dice e non-dice, ma “fa capire”).
(Non ho capito – anche perché forse è volutamente non-detto – se e quanto in questi forti accenni al Religioso Eraclito intravveda o meno, sempre oscuramente, una dimensione metafisica ed escatologica di tipo precristiano.
La Fysis dunque, è sostanzialmente, se non incomprensibile, indeterminabile in maniera univoca (questo non anticipa per caso il principio di indeterminazione di Eisenberg?). Dobbiamo essere consapevoli che la dimensione “altra”, quella non-logica (vogliamo chiamarla “ludica”?), che, secondo Eraclito, noi dobbiamo introdurre per interagire con lei, confligge (pur non negandola) con le esigenze di obiettività della ricerca e con la perentorietà scientifica delle conclusioni, che pure va perseguita.
Eraclito parla spesso di gioco e di realtà infantile, termini che vanno intesi come metafore di molte altre cose. In quanto espressione del nostro mondo interno “non-verbale”, centripeto, ecc., il termine “bambino” include tutto ciò che riguarda la dimensione infantile e quindi tutto l’essere profondo e oscuro del ricercatore. Include quindi anche la sua (e la nostra) soggettività e pur perseguendo una dimensione pubblica e obiettiva, non può fare a meno di elementi, appunto, di “oscurità”, di incomunicabilità, come si conviene appunto a una realtà “dormiente”, non-verbale, onirica, analogica, “ludica”, “autistica”, ecc..
Si racconta che Eraclito passasse molto tempo a giocare con dei bambini, proprio nel tempio di Artemide a Efeso, dove aveva depositato il suo unico libro e che una volta avesse proposto polemicamente di affidare ai bambini il governo della città di Efeso. Nel fr. 48 dice: “Il tempo è un bimbo che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno”. Come si concilia questo col fatto che, fr.14, “Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re…“? Io direi: per cercare di capire qualcosa della Fysis, bisogna mettere in atto un turbinìo di opposti in continua contrapposizione/integrazione/espulsione reciproca, che non ha né vincitori né vinti, non porta a niente di stabilmente definito e di univocamente obiettivabile e che appunto, come un gioco infantile, possiede una intrinseca alea.
Il funzionamento della mente, secondo le ricerche neuroscientifiche più avanzate, si muove in questa dimensione. La malattia mentale è un cattivo funzionamento di questo “gioco”.
Un quesito: quanto era disturbato Eraclito dal punto di vista psichiatrico? E’ molto difficile interpretare le testimonianze dei contemporanei circa i suoi comportamenti eccentrici. Sicuramente era molto bizzarro, anche se è legittimo il sospetto che in gran parte “ci facesse” per incorporare e testimoniare le sue idee di convivenza con l’irrazionalità. Non si può sapere. Si racconta che alla fine della vita, forse quando era già in stato confusionale, si fece coprire di letame per curare l’idropisia e morì così. Ma ci sono anche versioni diverse.
Conclusione sintetica: per capire, ma anche per penetrare nella Fysis, non potendo noi umani fondere e integrare veramente i molteplici approcci contrapposti e incompatibili di cui sopra (dando vita a sorta di grande visione “binoculare”, riservata alla Divinità), dobbiamo almeno porci in una equidistanza tra tutti gli elementi in gioco, termine che comprende anche il riconoscere la nostra continuità e identificazione con la Fysis, tentando quindi di conciliare una visione del mondo centripeta, ripiegata su noi stessi e una centrifuga, proiettata sugli altri, come suggerito dal fr. n.9 e fr.19.
Se tale approccio binoculare va perso, cosa che succedeva sempre, allora come adesso (per esempio all’interno della logica univoca, lineare ed escludente dell’AI), per Eraclito qualunque ricerca risulta gravemente inficiata e facilmente trapassa nella manipolazione, nell’abuso, ecc. (come, secondo lui, succedeva con Pitagora ed altri pensatori del suo tempo che sovrappesavano la matematica o il sapere enciclopedico (polymatheia, come Esiodo) come strumenti di comprensione della Fysis, (fr. 89: “Pitagora inventore primo di raggiri“). Ne consegue che viene persa anche la comprensione reale del mondo e la capacità di vedere veramente i contorni dei problemi e le loro soluzioni. E’ quello che succede oggi quando non vengono “capiti” o vengono ignorati per esempio i problemi ecologici, ambientali, sociali, politici ecc. e quando non si riesce a trovare dei rapporti soddisfacenti ed equilibrati tra istanze individuali/locali e istanze generali/collettive. Rapporti che infatti sono sempre sbilanciati o nel senso di schiacciare il bambino in ossequio alla strutture e al “pubblico” (nei paesi sviluppati) o esaltare il bambino stesso in maniera abnorme, ignorando la cogenza delle strutture pubbliche (terzo mondo).
La grandezza di Eraclito, a mio avviso, è quella di aver colto a fondo la centralità assoluta e quasi metafisica di questa dialettica, insita, anzi fondante sia degli strumenti conoscitivi per approcciare la Fysis, sia della Fysis stessa.
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Io condivido in pieno la filosofia di Eraclito e non riesco a trovare sistemi di pensiero che siano andati oltre, proprio perché gli altri pensatori, fino ai giorni nostri, nonostante l’indiscutibile complessità e ricchezza di contenuti, non vedono e non incorporano la suddetta centralità, tant’è vero che, in genere, appaiono ben poco disposti a relativizzare o mettere tra parentesi le loro ricerche. Ce li immaginiamo Aristotele, Hegel o Kant intenti a “giocare” col loro sistema di pensiero o con i propri contenuti o con i loro interlocutori?
Sono convinto che chi si allontana troppo dalla centralità tra “dentro” e “fuori” e quindi (come corollario) non mette in gioco la dimensione interna sua e quella dei suoi interlocutori, va fuori strada e si condanna a una sostanziale sterilità di pensiero. Anche se può avere molto più successo e riconoscimenti pubblici.
Va da sé, invece, che, se resta realmente in quella centralità, sicuramente non corre il rischio di essere designato per il Premio Nobel.
Per quanto mi riguarda, non credo di essere caduto nella trappola di abbandonare la centralità suggerita di Eraclito (anche se, di fatto, l’ho conosciuto e soprattutto capito molto più tardi). Per me fare lo psichiatra (anche questo l’ho capito molto recentemente) vuol dire fare, anzi essere questa filosofia, dedicando molto del mio tempo a giocare con i “bambini” (= l’“inconscio”, i pazienti, ecc.).