Ventimiglia, 27 novembre 2018

Qualcuno di voi si chiederà perché viene fatto un collegamento così forte tra queste realtà e contemporaneamente perché è stato invitato un medico a parlarne, anziché un antropologo.

            La risposta al primo quesito è, a mio avviso, facile e diretta: il Teatro si è evoluto in epoche recenti (Età Classica), staccandosi dal Rito, dopo che per molte decine di millenni (e quasi sicuramente di più) era stato semplicemente identificato con esso, oltre che con molte altre realtà, che pure hanno più recentemente assunto una loro fisionomia autonoma (per esempio la Religione, La Medicina, l’Arte, la Danza, lo Sport, e molte altre). Realtà che una volta erano unite a formare un’esperienza unica e che si sono poi separate, per dare origine, nel bene e nel male, alla maggior parte delle forme della nostra Cultura e della nostra vita quotidiana, come cercherò di spiegare nel corso di questa chiacchierata.

            Il secondo quesito (“perché un medico?”) richiede una spiegazione più articolata: diciamo che la scelta di un Neuropsichiatra (come il sottoscritto, comunque appassionato dilettante di Paleoantropologia e autore di alcuni libri su queste tematiche) non è né accidentale né arbitraria, ma è dovuta al fatto che, nel processo di comprensione del Rito, molti passaggi sono difficoltosi, se non si hanno a disposizione chiavi di lettura aggiuntive, che siano non solo antropologico – culturali, bensì, appunto, biologiche. Per parafrasare quello che diceva George Clemenceau circa la guerra e i militari, si potrebbe affermare che “il Rito è una cosa troppo seria per lasciarlo agli Antropologi!”

            Comunque è un dato di fatto che questa ricerca chiama in gioco realtà molto più ampie e complesse delle forme e delle figure rituali, quelle descritte e registrate dai pur diligentissimi Antropologi.

Il “Primo Rito”

Per capire questa affermazione, dobbiamo cercare di immaginare come può essere nato il primo Rito, quello “originario” che io ritengo il punto focale, il “big bang” iniziale della Proto-cultura e poi della Cultura.

            Parliamo di una realtà (unica o multipla?) che si perde nella notte dei tempi (Paleolitico Medio? Paleolitico Inferiore? comunque milioni di anni fa), formatasi “casualmente”, quando gli uomini (o addirittura gli ominidi o forse, prima ancora, gli animali) percepirono che, quando si immergevano in un set isolato dalla realtà quotidiana, in cui veniva raccontato (cioè rappresentato / mimato) qualcosa, avvenivano dei cambiamenti nel loro modo di sentire. Tale set prima era semplicemente uno spazio vuoto convenzionale, poi un cerchio di pietre in una radura, poi un luogo evocativo, infine un luogo stabilmente consacrato, fino al tempio…

            In questi contesti spazio – temporalmente circoscritti presero a svilupparsi forme di “narrazione multimediale” di eventi significativi o memorabili, con strumenti tratti dalla corporeità, cioè movimenti ritmici, mimèsi, suoni, oggetti, gesti… Questa narrazione aveva un forte potere di coinvolgimento, che cresceva tanto più quanto gli astanti partecipavano alla narrazione ed entravano nei “panni” (si fa per dire!) dei personaggi e ancora di più quando venivano aggiunti elementi realistici o addirittura violenti, fino alla reale uccisione di qualcuno…

            Tutto ciò tendeva a persistere e a riprodursi con modalità sempre uguali, anzi, come si osservò, veniva rinforzato e consolidato proprio dalla ripetizione in quanto tale.

            E’ difficile dire quale di questi elementi sia stato e sia quello più importante nel determinare la messa in moto del Rito: se la delimitazione di uno spazio “speciale”, il set rituale, se la semplice ripetizione sempre uguale a se stessa, se la narrazione o la mimèsi, se l’immedesimazione nei personaggi…; sta di fatto che questi modi di essere tendevano e tendono ad attivarsi reciprocamente tutti e a cessare quando il processo viene chiuso da un intervento esterno da parte di un officiante, spesso, ma non necessariamente attraverso eventi drammatici o proprio cruenti.

            L’essere immersi in questo campo provocava e provoca negli astanti (anche non attivi, purché realmente coinvolti) fenomeni particolari: leggera o profonda perdita di contatto con la realtà circostante, vissuti di identificazione profonda col gruppo e di perdita dell’identità personale, sentimenti di potenza, emozioni forti e inconsuete, fino alla percezione di presenze estranee e misteriose, maggiore o minore sensazione di poter accedere al passato e al futuro (e quindi vaticinare) e all’ignoto, e molte altre sensazioni ancora, che cessano con la chiusura dell’evento rituale…

            A tale chiusura, tuttavia, si osservò che alcuni cambiamenti diventavano persistenti: il gruppo tribale si sentiva purificato, acquisiva un più forte sentimento di identità e di appartenenza, come se fosse legittimato ad essere quello che era, più sicuro di sé, più determinato; ma non solo. Se il rito era incentrato su funzioni o individui particolari, succedeva che, per esempio, alcuni malati guarissero, i cacciatori si sentissero più capaci di trovare prede, i capi e i sacerdoti (variamente intercambiabili) percepissero come rinforzato e sancito dall’alto il proprio ruolo.

            Va ribadito che, almeno all’inizio, non si trattò di ingenua suggestione da una parte e di manipolatività programmata dall’altra. Erano sensazioni che effettivamente si producevano nel contesto del Rito, anche se era inevitabile che, a lungo andare, tutto ciò fosse strumentalizzato e impiegato come istrumentum regni.

La dimensione neuropsicologica

Mi sembra chiaro che il Neurologo – Neuropsicologo è coinvolto, per cercare di cogliere prima di tutto l’aspetto strutturale non dei contenuti, ma del contenitore stesso, cioè del set rituale e dei fenomeni che esso provoca, prescindendo dai contenuti.

            In parte il Rito ha a che fare con alterazioni della stato di coscienza, talvolta profonde, come nella trance, più spesso leggere, come l’ipnosi, ma sempre tali da modificare in maniera consistente la struttura e il significato dell’espressività vigente nel contesto rituale. Si attivano cioè stili di pensiero di tipo, come si dice, “oniroide“, simili al sogno, funzionanti cioè su base analogica, con una struttura del tutto differente dal pensiero vigente nella veglia. Ciò significa che normali gesti o espressioni mimiche o singole parole o oggetti perdono il loro significato proprio e diventano parti di una globalità figurativa, cioè di una narrazione più ampia, come di un affresco, assumendo un valore diverso, cioè rimandando a significati altri, come succede per le figure retoriche (metafora, sineddoche, metonimia, ecc.) di cui costituiscono la base.

            Possiamo dire che avviene un sovvertimento del pensiero ordinario. Come nel sonno: quando l’emisfero sinistro riposa, c’è lo scoperchiamento di un tipo di pensiero (quello “analogico”) gestito prevalentemente dall’emisfero destro (che, al contrario del sinistro, funziona in maniera continua, anche di notte). Questo tipo di pensiero, che normalmente non è osservabile allo stato puro, nell’attività onirica diventa prevalente, simile in qualche modo a un cielo stellato, che non si vede se non dopo il tramonto del sole o durante un’eclissi totale.

            Durante la veglia il pensiero analogico, miscelandosi finemente col pensiero “digitale”, concorre alla formazione del pensiero complesso che usiamo quotidianamente. Nel rito, come nel sogno e in certi aspetti della psicosi, diventa invece prevalente e impone le sue leggi: designazione dei contenuti fatta per affinità figurativa (quindi attraverso la mimèsi) o per contiguità situazionale o storica, cattiva gestione dei limiti e delle negazioni, tendenza alla globalità e all’omologazione dei contenuti, debole rappresentazione di un’individualità definita, nonostante una sostanziale centratura su se stesso, attenuata o assente percezione del tempo (che diventa così a-cronico/sincronico), scarsa attitudine a integrare informazioni nuove e diverse se non per assimilazione confusiva, e scarsa permeabilità al mondo esterno e in definitiva tendenza a persistere senza limiti e ad autoperpetuarsi senza trasformazioni. 

Queste sono anche alcune delle caratteristiche strutturali del mondo psicotico, al quale si rivolge il lavoro psichiatrico. In estrema sintesi, ma con sostanziale aderenza alla realtà, si può dire che il problema della schizofrenia e delle altre psicosi è proprio il cattivo collegamento funzionale tra i due emisferi.

          In quest’ottica i sintomi psicotici possono essere letti come il risultato di una cattiva miscelazione delle due forme di pensiero, come un rubinetto che invece di emettere a comando acqua più o meno tiepida, emette arbitrariamente getti di acqua bollente e di acqua gelida.   

          Il mondo onirico è invece oggetto del lavoro psicoanalitico, mirante a capire in qualche modo l’espressività analogica, al di là delle forme contingenti in cui si presenta.

          Le difficoltà nel leggere i sogni derivano da vari motivi: il carattere polisemico e quindi l’ambiguità del materiale, il carattere di globalità che impone di prescindere dai singoli oggetti sognati e la prospettiva all’infinito: solo da un punto lontano e comunque esterno al mondo del sognatore si può tentare di cogliere il messaggio insito nel sogno. Spostandosi anche di poco da quel punto si creano subito delle anamorfosi (cioè degli errori di prospettiva) che rendono inaccessibile il tutto.

          Sigmund Freud vedeva nell’attività onirica una sorta di autoriparazione spontanea della psiche, che chiamava Traumarbeit (lavoro del sogno), consistente nel sanare o nel comporre le contraddizioni, i conflitti e le lacerazioni che si producevano durante la veglia, nel contatto con la realtà esterna, per esempio il soddisfacimento dei bisogni e dei desideri.

          Il sogno sembrava ripristinare una continuità nello psichismo ferito, simile a quella del tessuto connettivo che ripara i tagli della cute formando delle cicatrici, meno funzionali ma capaci di ripristinare la continuità dell’epidermide. 

            Seguendo l’intuizione di Freud, anche al Rito può essere attribuita una funzione riparatrice, dovuta alla struttura globale e continua del pensiero analogico, come il recupero di una centralità (individuale o di gruppo) nel proprio mondo, e di opposizione alle forze estranee disgreganti.           

            La situazione rituale può essere quindi definita come una specie di sogno ad occhi aperti, che viene attivato a comando, attraverso le varie procedure accennate prima: definizione di un set chiuso, che già di per sé allenta i legami con la realtà esterna, movimenti ripetitivi, rumori ritmici, musiche e canti (agenti, questi, anche per via ematochimica, come il canto gregoriano, per il cambiamento che inducono nel pH del sangue), uso di travestimenti e maschere (come pelli di animali, ecc.), narrazione di eventi mitici (anch’essa ripetitiva), e infiniti altri mediatori evocativi, eventualmente rinforzati dall’ambiente (grotte, rupi, sorgenti, ecc.).

            Tra gli strumenti impiegati per la messa in moto della situazione regressivo – rituale non mancavano naturalmente certe droghe (come il famoso kikeon, tratto da una pianta dell’Attica, simile alla Segale Cornuta e regolarmente usato nel Riti Eleusini), di cui gli Antenati, come gli attuali indios, sapevano fare un uso sapiente.

            Però il Rito non è un sogno. Qual è la sua specificità?

            Quella di essere, appunto, un sogno ad occhi aperti, cioè di far convivere il pensiero onirico (che di per sé prevede solo uno spettatore passivo, il sognatore per l’appunto) col pensiero da svegli, che implica invece l’iniziativa e l’azione, cioè una soggettività attiva.

            Entrare nella narrazione nei panni di un personaggio, agire in modo attivo e consapevole, nonché dare allo “spettacolo” uno spettatore vivo e presente è chiaramente una forzatura, una situazione “impossibile”, data la radicale diversità tra le due forme di pensiero (continuo – globale – acronico/sincronico l’uno, discontinuo – parziale – contingente l’altro, ecc.), che sono di per sé incompatibili, senza quella complessissima elaborazione, che costituisce la funzione e lo scopo bio – antropologico del cervello.

            Tale forzatura è quella che crea le sensazioni tipiche del Rito, percezione di essere in contatto con entità sovrumane, magiche, soprannaturali, di vedere al di là delle cose sensibili, di “capire” il senso delle cose, di essere capaci di superare i propri limiti normali, acquisire abilità inusuali, ecc. Quello che possiamo chiamare il “pensiero rituale” è il risultato della miscelazione non naturale delle due forme di pensiero, pilotata dal pensiero analogico e non completamente gestita dal cervello, ma capace di dare luogo all’invenzione di una serie incredibile di forme persistenti, come gocce di piombo fuso o di cera versate nell’acqua fredda.

Il contenuto del Rito

L’approccio neuropsicologico ci aiuta a mettere a fuoco gli aspetti strutturali del Rito e gli effetti fisiologici derivanti dalla “liberazione” del pensiero analogico.

            Però al di là di questo processo tutto sommato semplice e in continuità con la fisiologia, ci imbattiamo per contro in una selva intricatissima di forme espressive e di contenuti quanto mai disparati.

            Che cosa significano questi eventi e queste narrazioni rituali?

            Capire il senso dei contenuti del Rito è una cosa difficilissima.

            Non ci si arriva attraverso strumenti logici e neanche attraverso un’analisi comparativa delle infinite (cioè almeno centinaia di migliaia) forme documentate, alcune tuttora vive, molte altre scomparse da poco ma descritte e altre ancora, presunte, provenienti dal passato, ma ricostruibili (quando ci si riesce) in base a tracce archeologiche rimaste (per esempio le pitture parietali di Lascaux).

            Il Rito, tanto più quello che mi piace chiamare “originario”, non si presta a queste operazioni di comprensione, perché, in quanto situazione “analogica”, rimanda sempre a qualcos’altro e, non essendo una realtà logica, non è mai stato “pensato” da nessuno, essendo anzi quello che ha messo in moto il pensiero logico!  La sua struttura precede la cultura e la logica, ne è a monte, la crea e non può essere spiegata da essa. Tant’è vero che, anche nel parlare comune, la parola “rituale” è sinonimo di qualcosa a cui si riconosce una ragion d’essere, ma di cui non si capisce il senso.

            Perché mai l’uccisione rituale di un animale (o di un bambino o di un uomo) mette in contatto col mondo degli spiriti, degli antenati o degli dèi, ne ottiene il perdono e la grazia o permette di profetizzare? Neanche Greci e Romani, pur facendo sacrifici cruenti in tutte le circostanze importanti pubbliche e private, lo sapevano più.   

            Sono state date, fin dall’antichità, molte “spiegazioni”, ma si è trattato e si tratta sempre di costruzioni fatte a posteriori, in base a concetti entrati nel pensiero comune e nella tradizione e dati per acquisiti, che, in realtà, all’origine non hanno niente di “logico”.

            Bisogna arrivarci per altre vie, alquanto impervie, ma è proprio in questo che risiede il fascino di questa ricerca.         

            Attraverso il Rito l’Umanità aveva preso contatto con l’esistenza di due modi di essere e di pensare, uno “profano” della quotidianità e uno legato al Rito, percepito come alieno, sovrumano, potente quanto terrifico, che sarà poi chiamato “sacro“.

            Infatti il pensiero rituale era alla base della creazione di luoghi, situazioni, animali, persone, che venivano designate come tabù, cioè inaccessibili, come poi tipicamente il tempio.

            Tale dualismo si aggiungeva e veniva messo in relazione con diversi altri dualismi che i Progenitori osservavano con molta pazienza e molta attenzione (l’alternanza della stagioni, il giorno e la notte, la vita e la morte, il solstizio d’estate – protèso al buio e il solstizio d’inverno – protèso alla luce, forse la diversità dei sessi, ecc.), lavorio che dovette – a mio avviso – tenere impegnati molto a fondo i “pensatori” dell’epoca (parlo di un periodo che cominciò all’incirca centomila anni fa (Paleolitico Medio e poi Superiore). Essi cercavano dei nessi, aspiravano a una visione unitaria della realtà, ma si scontravano sempre con modelli ostinatamente duplici, che risultava impossibile unificare.

            Compreso, per l’appunto, il Rito.

            Non è dato sapere se le osservazioni astronomico – naturalistiche influenzassero la  comprensione e la dinamica del Rito o il contrario. Probabilmente si deve ipotizzare un sincronismo fra queste operazioni riflessive, cioè di una forma di “contemporaneità”, durata però decine di migliaia di anni. Sappiamo che la Protocultura tendeva a considerare tutto collegato a tutto, tanto che anche il territorio era ritenuto legato a eventi mitici e astronomici, pregressi e attuali, e a costellazioni, presentandosi quindi come una cosmografia. E viceversa: gli eventi umani avevano un corrispettivo celeste. Questo sussiste tuttora negli Aborigeni australiani, con le vie dei canti ecc…, ed era ancora molto forte negli Egizi (riscontrabile per esempio nella disposizione delle piramidi), negli Etruschi e, ancora oggi, in alcune culture orientali, dando luogo a un sapere complesso finalizzato all’orientamento dei templi, delle tombe e delle nuove città, passato ai Romani e al modo medievale (per esempio per la costruzione delle cattedrali gotiche) e, incredibilmente, agli odierni costruttori di mega-grattacieli cinesi!

            Il dualismo del Rito, pertanto, doveva essere collegato alle altre dualità che venivano osservate ed era comunque della stessa natura, regolato dalle stesse leggi: quindi anche quello che veniva narrato/rappresentato nel Rito, prescindendo dal contenuto, doveva essere anche, comunque, un cosmodramma, sempre uguale a se stesso nella struttura, sebbene in parte sottoposto ad un’alea nei singoli eventi.      

            In tutti casi si constatava l’esistenza di polarità antitetiche e inconciliabili, che si escludevano a vicenda (giorno e notte, estate e inverno, luce e tenebre e, per quanto riguardava il rito, coscienza “offuscata” e coscienza lucida, “sacro” e “profano”, ecc.), che furono oggetto della estenuata e sicuramente lunga (!) riflessione di cui sopra.

            Quale fu la conclusione teorica di questa ricerca?

            Che tutte le duplicità osservate postulassero qualcosa di Soprannaturale, di Arcano (forse un Divino, ma non sappiamo come mentalizzassero e definissero allora questa Entità), capace al tempo stesso di separarle e tenerle assieme, qualcosa comunque che diventava attivo, si manifestava, e si rendeva in qualche modo “tangibile” proprio nel punto e nel momento di passaggio da una polarità all’altra.

            Questo tanto nei solstizi quanto nei riti. E, per estensione, in tutte le situazioni in cui determinate dimensioni cosmologiche entravano in congiunzione, per es. sorgenti (terra+acqua), vulcani (terra+fuoco) ecc.

            Alle situazioni di contatto/trapasso/inversione, nonché di apertura/chiusura si attribuiva una valenza sacrale, come qualcosa che veniva direttamente gestito da forze superiori, che le chiamava in causa, le rendeva in qualche modo presenti, se non tangibili.

Particolarmente il momento di inversione del corso del sole aveva una forte valenza sacrale e questo spiega l’importanza attribuita alla celebrazione dei solstizi, che persiste ancora viva ai giorni nostri.

          Alcune delle numerose celebrazioni collegate al solstizio d’inverno erano, per esempio, i Saturnalia dei Romani, e sono ancora oggi, per esempio, il Natale cristiano e il Carnevale.

          Capire come e perché si tratti di realtà strutturalmente affini non è propriamente facile: a me, almeno, ha richiesto molti anni di riflessione.

          Ognuno ovviamente può avanzare delle proprie proposte.

          Per me, il denominatore comune è questo: che gli schiavi di casa (chiamati dai Romani pueri, cioè “ragazzi”, esseri non provvisti di una soggettività autonoma) nei Saturnalia diventano per un breve periodo padroni (serviti a tavola, riveriti, ecc.); il Bambino Gesù viene adorato dai Re Magi; la mimèsi (cioè l’uso delle maschere) e la trasgressività del Carnevale diventano per qualche giorno legge: il mondo del “dentro” (anarchico, analogico-mimetico, non verbale, cioè in-fantile) mette in secondo piano e subordina a sé il suo antagonista digitale e guadagna la ribalta della scena.

            E’ pressoché certo che gli Antenati avessero messo assieme tutte queste osservazioni e riflessioni sul “due” e sull'”uno” e fossero arrivati a delle conclusioni abbastanza stabili e strutturate. Queste naturalmente non ci sono pervenute nella loro interezza, in quanto facenti parte di un sapere iniziatico, misterico, ovviamente non-scritto, tenendo presente che le parole mistero e mistica derivano dal greco mùo, cioè taccio o, iconicamente, tengo le labbra chiuse. Gli Antenati percepivano più di noi quanto fosse scorretto, oltre che difficile, “verbalizzare” delle realtà non-verbali, cioè intrinsecamente non-dicibili.

            Però le conclusioni degli Antenati, cioè il complesso sapere che essi hanno costruito, traspare dalle forti e durature tracce che ha lasciato, se sappiamo leggerle.

            Anzitutto la tenace persistenza di riti particolari come i Riti Eleusini, rinomatissimi nel mondo greco – romano, centrati sul Mito di Proserpina (e quindi sull’alternanza delle stagioni), aboliti d’ufficio in tarda età imperiale da Teodosio; ma poi molti altri simboli, per esempio, per citare i più conosciuti e popolari, quello famoso dello Yin/Yang/Tao; il Mandala (centrato sull’impossibile quadratura del cerchio, diventato anche oggetto di studio dei matematici); il rinascimentale Uomo Vitruviano (quello che abbiamo messo sulla moneta da un euro italiana, a cavallo tra quadrato e cerchio); più recentemente il sapere massonico (centrato sulla gestione di squadra e compasso)… e numerosi altri.

            Nonostante l’apparente incomparabilità reciproca, tutti “contengono” due polarità, riportabili sinteticamente a uno Yin/cerchio/mondo-interno/tenebre e a uno Yang/quadrato/mondo esterno/luce), impropriamente chiamati femminile e maschile. Teniamo presente che non è possibile dare un nome a queste realtà, così profondamente prelogiche e preculturali e come tali non-definibili e destinate e restare nella loro primordiale indeterminatezza.

            Gli Antenati ebbero il coraggio di riconoscere e di gestire questa polarità, essendo consapevoli che separarle e riunirle a comando era un’operazione di qualità divina. Sapevano che solo qualcuno può riuscirci, grazie a una forte iniziazione, connessa con un grande potere di tipo sacerdotale, addirittura capace di cambiare la realtà, di fare miracoli.

            Questa era, probabilmente, l’essenza del Sapere Antico. Noi lo abbiamo perso: siamo “più avanti” o “più indietro” dei nostri Progenitori?    

            Il contenuto del Rito era quindi il confronto provocato tra queste due polarità, cioè la riattualizzazione/drammatizzazione di una lotta mitica tra due “esponenti” delle due “fazioni”, quella dello Yin/Dentro e quella dello Yang/Fuori, per costringere la Divinità a presentificarsi.

            Qualche esempio?

            Anzitutto il sacrificio classico: l’agnello che si confronta con la scure (da cui il titolo di uno dei miei libri), un innocente esposto a un grave rischio. La scure che calava sull’agnello, senza necessariamente ucciderlo, era sollevata dal braccio di Dio, … era Dio…

Nella Bibbia Abramo sacrifica Isacco per dimostrare la sua fedeltà a Dio, ma la scure che si abbatte sul ragazzo viene trattenuta dagli angeli, che lo salvano…

          Ifigenia in Aulide viene sacrificata dal padre Agamennone per propiziare la partenza della flotta per Troia… La ragazza però, quando già il coltello sacrificale stava svolgendo la sua funzione, viene rapita da Artemide e sostituita con una cerbiatta.

            Nei riti iniziatici l'”agnello” era il giovane iniziando, cacciatore o guerriero, destinato a subire prove molto dure, dolorose e addirittura rischiose per la vita (ometto i dettagli perché quasi sempre piuttosto incresciosi). Da qui deriva, suppongo, l’usanza di percuotere gli allievi, perdurata fini a pochi decenni fa, quando gli scolari delle elementari (io ne sono testimone) venivano picchiati quasi quotidianamente con una pesante bacchetta.

            Nei riti di guarigione (nei santuari di Esculapio) era il paziente che doveva subire privazioni e rischi: la fossa dei serpenti, l’incubatio, restrizioni, digiuni, ecc.

            Nei riti di insediamento di re e sacerdoti, tutta la tribù insultava, umiliava e magari anche picchiava il futuro capo (cosa rimasta nel medioevo francese e inglese, quando il re doveva strisciare sulla pancia, nudo sul pavimento della cattedrale… e poi faceva miracoli, guarendo gli scrofulosi!).

            Nei riti di guerra (da cui si sono sviluppati i giochi gladiatori) i due contendenti duellavano, essendo i rappresentanti di due dimensioni antropologiche (il reziario con la rete e il secutor rappresentavano appunto, rispettivamente, lo Yin e lo Yang). La provenienza era probabilmente etrusca, ma i Romani non ne capivano più l’essenza, pur facendo il tifo per secutor (il reziario,Yin, se vinceva, rischiava la pelle!). 

            Anche nei riti sportivi (precursori di tutti i nostri sport) c’era una competizione tra fazioni, rappresentative anch’esse di dimensioni antropologiche e doveva esserci un vincente un perdente. Le fazioni circensi dei Romani si collocavano in questa logica, come pure quelle bizantine (verdi e azzurri), che assumevano addirittura dichiaratamente una connotazione teologico – politica (azzurri/monofisiti/classi alte – verdi/difisiti/classi basse).

            Nelle corride la lotta era ed è tra il cavallo (insieme all’uomo) e il toro, essendo quest’ultimo un elemento Yin e il primo un elemento Yang (per quale motivo io non l’ho ancora capito: forse perché è più mobile?). E’ molto verosimile quanto dice il paleoantropologo Leroi Gourhan, che queste danze/lotte tra i due animali fossero già rappresentate nelle pitture parietali di Lascaux. Tant’è vero che l’area di persistenza attuale delle corride e quelle di massima diffusione di questo tipo di pitture parietali (intorno ai Pirenei) sono pressoché sovrapposte. Anche nell’iconografia tradizionale del Natale, il Divino Bambino nasce in una grotta, tra un asino e un bue…, oltre che tra un uomo e una donna).

            In conclusione si può dire che il Rito costruiva sì una situazione onirosimile di affermazione del mondo interno (o Yin), forse con funzione riparativa, ma questo doveva confrontarsi col mondo esterno (o Yang), esserne messo a repentaglio e cercare di sopravvivere; in tal modo si ripristinava un equilibrio, una dialettica, dall’esito imprevedibile, la cui composizione spettava appunto a un Essere superiore, “costretto” a intervenire.   

            E’ probabile che in origine, tutte queste competizioni rituali non dovessero avere un vincitore predestinato, ma solo dar luogo a un confronto provvisto di una forte alea, e che ciò già sustanziasse il Rito.

La chiusura del Rito

            Ma era necessario chiudere il Rito, cioè ripristinare la situazione quo antea, dopo aver ricomposto forze cosmiche reciprocamente incompatibili, che erano state evocate e messe l’una contro l’altra. Veramente si rendeva indispensabile un intervento di qualità divina!

            Ma che cosa poteva veramente chiudere il Rito?

            Non sappiamo come siano andate le cose nei primordi e poi nelle culture perdenti, della Preistoria e poi della Storia.

            Sappiamo cosa è successo in quelle che storicamente hanno preso il sopravvento, cioè le più aggressive (ultimamente noi Indoeuropei): il Rito veniva considerato chiuso quando la vittima designata moriva. Non doveva esserci alea! E’ così che si arrivò a fare mattanze programmate di buoi e agnelli (e uomini, per esempio, ma non solo, nelle civiltà precolombiane) e ad identificare con queste il Rito, trasformato così in un sacrificium, gradito agli dèi e propiziatore di risultati positivi in quello che si progettava di intraprendere.

            In sostanza si costruì progressivamente, nel corso di decine di migliaia di anni, una concezione nuova, “sbilanciata” del Divino, basata su un Dio “paterno” che ordina e gradisce la prevalenza di una parte sull’altra!

            Ma era davvero sufficiente questo per chiudere il Rito?

            Dal punto di vista strutturale, neuropsicologico, lo stato “oniroide” della rappresentazione rituale può venire interrotto in maniera brusca dall’introduzione di qualcosa di violentemente contrario ad esso, espressione dell’irruzione nel set della realtà esterna con i suoi attributi più duri.

            Ma l’alea insita nei contenuti veniva molto ridimensionata o proprio negata e con essa l’intervento di un Divino super partes, garante dell’alternanza e quindi dell’equipollenza delle due “fazioni”, essenza dell’esperienza rituale originaria.

            Evidentemente l’equilibrio e l’incontrollabilità comportavano incertezza ed eccessiva subordinazione al Dio che poteva/doveva manifestarsi. Cosa che infastidiva e spaventava: allora come adesso la gente aveva bisogno di certezze e di cose programmate (tanto più, nelle epoche più recenti, quando si dovevano spendere dei soldi per comprare la vittima sacrificale!). Non era pensabile che la vittima se ne andasse per conto suo o addirittura uccidesse l’officiante! Anche se in realtà ci sono riti greci arcaici in cui questa possibilità era prevista e in cui veniva processata la scure che non aveva fatto il suo lavoro! 

            Ancora adesso, peraltro, si usa l’espressione “tagliare la testa al toro” per dire far cessare d’autorità una situazione di indefinitezza che tenderebbe a protrarsi in maniera fastidiosa o pericolosa.

Il Big Bang del Rito

Ma questo chiudeva il Rito?

            In realtà no. Anzi, questo intervento violento e grossolano, diventato prevalente, ha creato le premesse per un fenomeno che io chiamo il “Big Bang” del Rito. E’ come se tutti i frammenti del Rito primordiale si fossero dispersi spazio – temporalmente, trovando via via una loro forma autonoma, e procedendo poi secondo leggi proprie.

            Questo anche se parecchi dei nessi originari sono rimasti e sono evidenti ancora oggi, per esempio nei santuari greci (Epidauro, Delfi, Olimpia, ecc.), che accostano fisicamente appunto tempio, stadio, teatro, “ospedale”.

            E’ probabile che questo processo abbia creato parecchi problemi: tutti i costituenti del Rito originario si sono separati, hanno perso progressivamente il loro intrinseco valore sacrale e attraverso continue rielaborazioni autonome, si sono propagati per il mondo, dando origine a realtà profane, che conservano però sempre qualcosa dell’ambiente in cui sono state concepite, cioè il contesto rituale, con tutte le sue caratteristiche.

            Ciò passò per una lunga fase in cui i Progenitori fecero un uso vastissimo non del Rito globale, ma di riti parziali, per risolvere qualunque tipo di problema, in primis quello della legittimazione del potere e la gestione dell’ordine pubblico, al rafforzamento dell’identità tribale o etnica, alla propiziazione di imprese venatorie o militari, al recupero della salute, ecc. ecc..

            A tale scopo furono inventate migliaia di applicazioni, cioè di forme specifiche, finalizzate a:

– curare ferite e malattie

– propiziare la fecondità, quella delle donne e poi anche quella della terra

– propiziare la caccia

– compiere divinazioni o comunque indicare il tempo opportuno per  un’impresa

– entrare in contatto con i morti

– iniziare giovani e capi

– propiziare la fondazione di case o città

– accogliere e integrare l’estraneo (per esempio la prostituzione sacra)

– riaccogliere il guerriero “contaminato” dal “contagio” del contatto col nemico

– iniziare una guerra sotto buoni auspici

– celebrare feste importanti per la vita del gruppo

            Moltissime di queste forme si sono perse con l’estinzione delle culture che le hanno alimentate.

            Molte persistono quasi immutate in società tradizionali africane, sudamericane, asiatiche.

            Parecchie si ritrovano in Europa e soprattutto in Italia

Ogni regione e ogni città ha i suoi riti che, per quanto coperti e “mascherati” da simboli cristiani, come croce e santi, tradiscono nettamente la loro origine preistorica.

          Per esempio la cerimonia dei ceri di Gubbio, il Palio di Siena e infiniti altri. Soprattutto la Sardegna è ricchissima di vestigia antropologiche legate alla ritualità antica.

          In provincia di Imperia, c’è ancora, credo, la stupenda cerimonia dei Maddalenanti di Taggia e quella dell’albero di Baiardo: a tutte e due io ho partecipato più volte con commozione.

            Ma la struttura del Rito ha creato o fortemente influenzato moltissime altre manifestazioni, anche non più direttamente cerimoniali.

– le religioni in tutte le loro forme (a partire dall’Induismo, con l’importanza attribuita al

  rapporto tra l’Uno e il Due e, fino alla Cosmogonia adottata della Genesi e tutta la riflessione

  teologica che ne è derivata, sfociata alla fine nel concetto di Trinità che tutto separa e

  contiene);

– il pensiero filosofico e scientifico come riflessione sulle origini (evoluzione della

  Cosmologia formatasi all’interno dell’ambiente rituale);

Il mondo presocratico, per esempio, rispecchia ancora marcatamente le tematiche riconducibili all’antico Sapere misterico, che persisteva ancora nell’area medio-orientale, egiziana e mesopotamica, alla quale i primi pensatori greci si ispiravano.        L’idea di un’Archè indefinita (l’àpeiron di Anassimandro o l’acqua di Talete o l’aria di Anassimene), eco del pensiero analogico, da cui si distaccano e si polarizzano le cose visibili (pensiero digitale), a mio avviso riflettono il dualismo dell’ambiente rituale.

          Al massimo grado tutto ciò è evidente in Eraclito con i suoi opposti, in programmatico e creativo conflitto (desti/dormienti, giorno/notte, estate/inverno, comunicazione esplicita e comunicazione criptica, ecc.), come luogo di espressione del divino; ed Empedocle, tra Nèikos e Philìa in cammino verso lo Sfero).

          A partire da Socrate e da Platone la Filosofia ha progressivamente perso il contatto con queste tematiche ancestrali, che da allora, espulse dal pensiero ufficiale, sono entrate nella clandestinità, cioè, letteralmente, nelle catacombe.

          E’ stato un passo avanti o un passo indietro?

– il Teatro: cominciato come sacra rappresentazione, per poi emanciparsi in forme proprie

– la Medicina in tutte le sue forme, come sviluppo dei riti di guarigione

– l’Arte, in tutte le sue forme (oltre al teatro, narrativa, danza, musica, pittura, scultura,) come

  rappresentazione della realtà con strumenti tratti dalla corporeità

– l’Architettura, come estensione del lavoro sugli spazi sacri (casa del sacerdote, poi reggia,

  poi  delle, case normali, poi città). L’aspetto sapienziale è rimasto nelle cattedrali gotiche e

  poi nella Massoneria (“massone” vuol dire appunto muratore).  

– lo Sport, come competizione rituale, con un vincitore e un perdente

ma anche molte altre cose, anche impensabili. Per esempio:

– la Guerra (come estensione dei giochi gladiatorii)

– l’esercizio del potere politico e giudiziario (estensione del Sacerdozio e della Regalità)

– l’amministrazione della Giustizia (per esempio attraverso il “Giudizio di Dio“)

– (probabilmente) la stessa Agricoltura

– altre.

            Tutto ciò è stato un bene o un male?

            Vedo due possibili risposte, una positiva e una negativa:

1) Ipotesi positiva: si tratta di un’evoluzione sana, che a partire da stimoli nati, sì, in un contesto rituale, ma poi corretti nel rapporto con la realtà esterna, arricchiti creativamente da elementi di altra natura ha dato origine a tutto ciò che costituisce la nostra cultura.

2) Ipotesi negativa: c’è il pesante sospetto che tali frammenti continuino a conservare le caratteristiche strutturali di un rito non-chiuso e, in quanto elementi “insaturi”, indirizzino tuttora l’evoluzione dell’Umanità nel senso di ampliare e radicalizzare la distanza tra polarità non composte e non componibili. La lotta tra dimensioni cosmologiche è un “gioco” che deve avvenire dentro un rito e chiudersi in quel contesto, non svolgersi “a cielo aperto” e sul serio. Se fosse fondato questo sospetto, dovremmo concludere che noi, col nostro orgoglioso razionalismo, ci troviamo ancora nel bel mezzo di un rito non-chiuso del Paleolitico, con tutte le caratteristiche su dette: irrazionalità, stato di coscienza alterato, percezione di presenze arcane, ecc., ma soprattutto alle prese con una contrapposizione innaturale di elementi destinati a comporsi solo alla chiusura del Rito. La guerra dovrebbe essere solo un “cosmodramma” ludico e i nemici non esistono nella realtà, se noi stessi non li creiamo! Ma la chiusura che non c’è stata a suo tempo non può più esserci, perché l’ultimo sacerdote – sciamano in grado di farlo è morto forse ventimila anni fa! Non sarà questo “vaso di Pandora”, aperto inopinatamente e non chiuso, la radice dei nostri comportamenti incomprensibili e inconsulti, come una competizione esasperata e improduttiva e un’aggressività reciproca inutile, come il mancato rispetto degli equilibri della Natura, guerre che non servono a niente e a nessuno, un’Economia incapace di utilizzare costruttivamente le energie e le risorse di tutti…? Non sarà per caso questo (più della mela di Eva) il “peccato originale”? 

            Quale sarà l’ipotesi più verosimile?

Il Teatro delle origini

Premetto che le mie conoscenze letterarie di storia del Teatro sono modeste.

            Il Teatro Greco si è staccato dal Rito in epoca piuttosto recente (VIII – VII secolo a.C.?), come sacra rappresentazione di eventi mitici. Le tragedie di Eschilo e di Sofocle erano narrazioni mitiche (fatte dal coro) a cui veniva aggiunta/sovrapposta una dimensione attiva, operativa, concreta, gestita prima da un solo attore alla volta, poi da due, poi da tre: il dialogo tra coro e attore era centrale nelle prime tragedie, per poi diminuire di importanza a favore dei dialoghi tra gli attori.

            Chiaramente coro e attore parlavano due linguaggi diversi: il coro un linguaggio caldo e partecipe, sì, ma pacato, con l’occhio all’eternità, alla saggezza antica, ai grandi valori della tradizione, mentre il personaggio era concentrato sull’hic et nunc, di solito irruente, impaziente, trasgressivo: c’era un’interazione ma di solito prevalevano le ragioni e le azioni del personaggio.

Nietzsche (in “La Nascita della Tragedia“) coglie la centralità di questa dialettica, che secondo lui la Tragedia era destinata a riequilibrare, sviluppando l’aspetto “dionisiaco” rispetto a quello “apollineo“, divenuto prevalente nella cultura greca e fonte di decadenza.

          Questo è condivisibile, se i due termini sono usati in senso molto lato, per indicare Yin e Yang.

          Per Nietzsche invece rappresentano “l’ebbrezza e la frenesia orgiastica” l’uno e “il sogno, le arti plastiche e la calma magnificenza delle divinità olimpiche” l’altro”. Si tratta di una dicotomia troppo “logica” e troppo “culturale”, per essere rappresentativa delle dimensioni pre-logiche e pre-culturali di cui sopra, che mal sopportano di essere “antropomorfizzate”, cioè inserite in categorie createsi successivamente. “Menschlisches, allzumenschlisches (cioè “umano, troppo umano)!” si potrebbe obiettare a Nietzsche, parafrasando Nietzsche stesso!  

          Infatti a me non sembra che ci sia niente di orgiastico-“dionisiaco” nel  coro (almeno nelle tragedie di Eschilo e Sofocle), come non trovo niente di razionale-“apollineo” nei personaggi.

          L’equivoco nasce dal fatto che, se non si coglie la natura primordiale delle due dimensioni, non si riesce a venire e capo della contraddittorietà dei loro attributi: per esempio, razionalità e violenza fanno entrambe parte della dimensione “Yang”, come anarchia e passività fanno parte della dimensione “Yin”. Lo stesso vale per tutti gli altri attributi delle due dimensioni.   

            Ma anche le tematiche, sul cui sfondo si sviluppava la tragedia, erano polarizzate in maniera analoga a quella del Rito e riproducevano quindi un confronto cosmico, che doveva-e-non-doveva trovare una composizione, se non indicata dall’Alto o dal caso.

            I temi erano diversi e più circoscritti rispetto a quelli del Rito, ma sempre riconducibili, a mio avviso, ad un unico “conflitto”: la volontà, anzi la necessità di assecondare la propria hubris, cioè l’andare oltre i propri limiti, quelli assegnati dalla tradizione e dagli dèi, per costruire con le proprie mani il proprio destino, diventare un self made men, come si direbbe oggi.

            Prometeo ruba agli dèi il fuoco del progresso per darlo agli uomini e viene incatenato da Zeus sulle montagne della Scizia e, in alcune versioni del mito, verrà poi liberato; Edipo, senza saperlo, uccide il padre e sposa la madre, cioè non rispetta i valori famigliari tradizionali e considera padre e madre persone come le altre; quando lo apprende, si acceca per il senso di colpa e va in giro per il mondo come mendìco; Antigone, al contrario, trasgredisce alle leggi della Città per seppellire il fratello e, imprigionata, si uccide. I Persiani vengono duramente puniti dalla Storia per aver voluto uscire dall’Asia, cioè dai loro limiti, per sottomettere la Grecia.

            E’ molto importante osservare che questo emanciparsi dalla tradizione è al tempo stesso necessario, colpevole per chi lo compie, ma impunito.

            Infatti c’è sempre incertezza in questi miti, come in quelli biblici, su chi sia veramente punito e chi no, ma sembra di capire che i fautori della tradizione, come Antigone, vengano trattati peggio dei trasgressori progressisti. In fondo come Adamo ed Eva (che rifiutano il paradiso terrestre e trasgrediscono), Caino (l’agricoltore aggressivo ed evoluto che uccide il pastore tradizionale Abele), che vengono redarguiti per la disobbedienza, ma di fatto perdonati da Dio (“nessuno tocchi Caino!”).

            Il conflitto tra i valori famigliari e lo stato, la pietas e l’autoffermazione individuale, angosciava l’Uomo Greco, perché appariva inevitabile, ma insolubile sul piano di principio: negare il Divino e la tradizione o affermare se stessi? La soluzione veniva in qualche modo lasciato a circostanze esterne e accidentali o attuata nell’incoscienza come Edipo.

            Come si vede, tali tematiche possono sempre essere ricondotte alla lotta cosmica tra un Dentro (tradizione) e un Fuori (cambiamento). Nella cultura greca, come in quella ebraica e poi in quella romana (culture patrocentriche) il Fuori è stato sempre tendenzialmente vincente. Anche Romolo, per la legge della Città, passa sopra i legami di sangue e uccide il fratello Remo. Il Dio delle culture paterne sembra avere un occhio di riguardo per quelli che si emancipano, anche se per farlo commettono dei delitti.

            In altre culture (matrocentriche, scomparse o assimilate, come quella minoica e quella etrusca) c’è più equilibrio. I giovani danzatori e danzatrici cretesi danzano col toro, come si vede nei bellissimi affreschi di Eraklion a Creta, non lo uccidono. Il greco Teseo invece uccide il Minotauro (elemento “materno”, Yin, chiuso nel buio Labirinto).

            Lo scopo della prima Tragedia sembra essere quello di lenire questo conflitto, attraverso la rappresentazione e soprattutto attraverso il ripristino di un certo equilibrio, ma solo fino ad un certo punto, perché anche il “Divino dei Greci” era pur sempre schierato da una parte e non voleva che l’elemento Yang vincente fosse punito. Comunque, quando, su tale scenario, si consumava l’evento centrale, che spesso era la morte del protagonista, negli astanti si verificava, come dice Aristotele nella Poetica, un effetto “catartico”, cioè purificatorio, che a suo dire era scopo finale della tragedia.

            Come si vede ci sono tutti i costituenti del Rito, anzi si tratta sempre di un Rito di purificazione, solo in parte profanizzato.

            Contemporaneamente o subito dopo (?) è nata la commedia come rappresentazione-narrazione della propria realtà, famigliare e cittadina, con finalità autoironiche e autocritiche, forse anche educative o politiche, comunque coinvolgente. Nell’Atene classica la partecipazione popolare alle rappresentazioni teatrali superava di gran lunga quella alle assemblee.

            Anche nella Commedia era previsto l’intervento del Divino e la chiusura della rappresentazione, attraverso il Deus ex-machina, che provocava l’Agnizione (cioè il riconoscimento dei personaggi) e la correzione di situazioni divenute troppo ingarbugliate e ingestibili.

            In conclusione, a me sembra di poter dire che la forza del Teatro Greco sia consistita nell’aver cercato di ripristinare l’equidistanza e l’equipollenza tra le grandi dimensioni del Rito originario, in base all’intuizione che solo in tale confronto alla pari si raggiungevano dei vertici di spiritualità, di poesia, di superiore giustizia. Ci è riuscito solo per brevi periodi, perché travolto fatalmente da una profanizzazione inarrestabile, che postulava invece che ci fossero vincitori e vinti e che i vinti fossero sempre quelli di una certa parte.

            Posizione ideologica che è tuttora alla base della filosofia della Modernità

Teatro e Terapia oggi

Tralasciamo la Psicoanalisi e le Psicoterapie, che, dal punto di vista strutturale, sono esattamente situazioni teatrali/rituali, derivate storicamente dall’ipnosi e finalizzate a conseguire una leggera regressione del paziente e a far emergere i suoi conflitti profondi, renderli consapevoli e superarli attraverso un elemento di realtà introdotto autorevolmente dal terapeuta, come l’interpretazione.

            Questa era l’idea originaria di Freud, anche se, via via, si è capito che le cose erano, al tempo stesso, più semplici e più complicate e che le spiegazioni del processo descritto erano diverse.    

            Ci sono altre applicazioni terapeutiche del Teatro.

– Lo Psicodramma lavora in gruppo su situazioni di vita che, in un passato presente o remoto, si sono rivelate critiche per il paziente: rapporti problematici con i genitori o con altre persone significative; oppure anche prendendo lo spunto da un suo sogno. La riattualizzazione nel gruppo e il lavoro connesso sono terapeuticamente utili, perché rimettono in movimento emozioni bloccate. Io però lo pratico raramente.

– La Teatroterapia è una semplice recitazione fatta da pazienti psichiatrici, di complessità diversa a seconda dei vari livelli di gravità. Io la utilizzo spesso. Può essere fatta in maniera più o meno intensiva, con pezzi teatrali appositamente studiati per particolari situazioni, oppure in forme più semplici, utilizzando racconti èditi o favole o semplici testi scritti assieme. Il meccanismo di fondo è quello di facilitare da parte delle persone l’espressione sentimenti o l’esercizio di abilità di solito mascherati o bloccati dalla malattia. Dando per scontata la mancanza di identità, connessa con l’essere non se stessi, ma un personaggio, si solleva il paziente dal compito di dover continuamente mostrarsi “incapace”, solo per ritagliarsi spazi di diversità: infatti i pazienti appaiono totalmente e incredibilmente diversi rispetto al modo in cui appaiono di solito e sono, come si può facilmente intuire, molto motivati dall’esercizio di questa attività. Le rappresentazioni vengono fatte in pubblico e talvolta utilizzate come forme di animazione all’interno di altre realtà assistenziali, tipo istituti o case di riposo, oppure scuole, ecc.